R’acconti di R’esistenze di Francesco Giannatiempo
Foto: Cubismi / Rielaborazione di Francesco Giannatiempo

R’acconti di R’esistenze

in Meridiano di

«Questi racconti sono acconti di vite autentiche in credito con la realtà in un presente che è già memoria. Gesti, dialoghi, monologhi, immagini, emozioni, odori e suoni scanditi da un tempo che non, ma che viene coniugato dai personaggi alla voce riesistere. L’io narrante si scioglie, disseminandosi, e racconta l’amore, il gioco, le scelte, le lotte, la crescita, la morte. Sono vite quotidiane nell’eterno universo di ipocrisia, fatica, solitudine e sogni. I luoghi si incastrano al logos e recitano il cammino di queste vite che esistono, resistono, si ribellano, emancipandosi. In definitiva, una pro_vocazione alla libertà.»

È questa la quarta di copertina del libro “R’acconti di R’esistenze”, di Francesco Giannatiempo, pubblicato lo scorso 13 dicembre. Ed è proprio l’autore a spiegare ed illustrare il suo lavoro ai lettori di Terre di frontiera.

«Iniziando dal titolo, gli apostrofi presenti sottendono all’operazione primaria e basilare di restituire esistenza al racconto in un mercato editorial-capitalista che, almeno in lingua italiana, lo esclude. La proposta passa attraverso l’imperfezione spontanea dell’inter/af_ferenza tra prosa e poesia (proesia). Tra racconto, nel senso classico del termine, e il riuso vivido delle parole per esporre fatti realmente immaginari.
Ciò che ho concepito come progetto borderline con “Incheapit” qui trova il suo naturale contrappunto: il passaggio da un’esplosione semantica pre-semiotica alla linearità narrativa, a tratti intangibile e severamente sfumata. La singolarità per numero e caratteristica dei personaggi si declina con la pluralità dei temi e dei concetti. Seppure, e come dichiaro apertamente nel colophon, queste siano un calco di storie vere. Vite percepite, frequentate, adocchiate o i cui racconti mi sono pervenuti e di cui ho proposto un infratesto paratattico: sconfiggere i paradigmi e ricostruire una sintassi umana, quella auto_generativa, ovvero una grammatica in cui i casi vengano coniugati polifonicamente e non nel semplice esercizio routinario del ciclo vitale standardizzato.
Nell’esclusione di formalismi imposti, vi sono queste persone che agiscono in terre e territori che sono un sostrato comune, benché subiscano e tentino di rifuggire i luoghi comuni, vera peste bubbonica di ogni retaggio culturale. Volendo frugare nell’indice a un certo punto, auto-collocato al centro di un viaggio sincronico, v’è un lungo racconto diramato in un polimorfismo stilistico che narra di storie di periferia. Una periferia industriale, emblema del postmodernismo provinciale e ghettizzante, che ora è moderna ghettizzazione postindustriale. Si tratta di uno dei SIN italiani (Siti d’Interesse Nazionale, ndr), uno dei due lucani. Una “terra di frontiera”, sia per concetto che per forma. È una frontiera fisica, limite intercomunale, arcipelago di caseggiati, capannoni e sversamenti industriali, filare ferroviario con posteggio di corriere/pullman: una conca in cui l’acqua diventa fanghiglia torbida a segnare lo smottamento aerofotogrammetrico di pochissimi metri e zero gradi di separazione da un’oasi del WWF. Un vero e proprio non-luogo giustapposto a guisa di ventre bemolle, incidente della politica padrona prima e dell’incuria incivile poi. E nel gioco di parole tra Sito di Interesse Nazionale e Sin (peccato) prestato dall’inglese, si trova l’immancabile chiesa: il vero romanzo di (de)formazione di un Sud Italia, della Basilicata e di quel brano lucano perso, fra gli altri, tra un cinema multisala-concessionaria automobilistica, un centro logistico intermodale di primaria importanza sulla carta, uno svincolo viario parabolico e un esercizio di prebenda od obolo tra politica e notabilato industriale. Un esercizio di s-bilanciamento chimico che ha segnato il territorio e, di conseguenza, chi lo vive. Come ulteriore indizio di lettura e come postulato dell’assurdità dei fanghi industriali liminali a un limaccioso Pantano (Lago) e come pantano del progredire inquinato, i vari diari che compongono questo meta/infra_racconto sono anche:
(SINeresi) riduzione della (SINderesi) scolastica di bene e/o male nella (SINestesia) contaminazione dei sensi e (A_SINdeto) senza congiunzioni passando per (A_SINtoto) una retta alla quale una curva che si estende all’infinito si avvicina infinitamente senza mai raggiungerla -> A_SIN_Tito.
Lo sfondamento del concetto di racconto intende ricalcare proprio questo: l’abbattimento di barriere imposte, di agglomerati fisici che diventano conurbazioni mentali recintate, di illusioni di progresso ottenute con licitazione consapevole o meno del territorio e di chi lo vive, di categorie (sociali e non), di generi (umani e non), di forme. In sostanza, ciò che mi interessa è l’assenza di una struttura gerarchica, nell’esplosione di un viaggio senza tempo, tra ricordi e utopie, soffermandosi sulla più reale magia della crescita – in questo caso forse disforica e inconsapevolmente distopica. Questo r’acconto, forse, è quello che meglio trova un suo indirizzo geografico preciso; anzi è il territorio a farsi narratore attraverso la formazione dei personaggi che ne cercano una situazione persino linguistica, combattuti tra l’ansia di essere liberi e l’impassibilità di un futuro in germe, tra la roba di verghiana memoria e il colonial_capitalismo di chiara matrice usamericana sempre troppo eccipiente.
In generale, i testi (intesi come sotto/infra/iper e meta) di “R’acconti di R’esistenze” sono decisamente numerosi: la speranza viva è che possano essere di reale interesse per chi vorrà immergersi in questo viaggio narrativo. Le rare espli_citazioni letterarie/cinematografiche o musicali si consumano in una scrittura al limite della sua stessa assenza. La rottura attraverso gli odori, i suoni, i silenzi o la presenza fisica e metaforica degli esseri viventi che definiamo animali, si allinea a quella che vuol essere basicamente una pro_vocazione alla libertà. La stessa che in diverse modalità e momenti condivido – perciò ringraziandolo di cuore per l’opportunità nell’ospitarmi su Terre di frontiera – con Pietro Dommarco, i suoi progetti e chi vi collabora.
Ringrazio sin d’ora chiunque vorrà acquistarlo, in primis su Youcanprint, ma anche sui numerosi bookstore online o richiedendolo c/o librerie fisiche. Per coerenza, invito a evitare Amazon o idee similari: sebbene fin dal principio con Incheapit ne avessi chiesto l’esclusione, purtroppo e almeno con questa formula non è possibile sganciarsi dalla logica globalista che deturpa il sentire globale della libert/-\’. Buona lettura.»

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