Manifestazione bonifiche Gela
Foto: Manifestazione per le bonifiche del territorio. Cartelli esposti in piazza da cittadini e studenti // Rosario Cauchi

A Gela non vissero tutti felici e contenti

in Gela profonda di

Le ciminiere del petrolchimico non fumano più come un tempo, anzi non fumano più e basta. Nelle aule di tribunale la “madre” di tutti i procedimenti sta cercando di non farsi maltrattare, per l’ennesima volta, da una “matrigna” che la città se l’è presa, punto e basta. In municipio, invece, rimane l’eterno dilemma, chi comanda? Il voto degli elettori oppure sempre Eni? Il racconto su Gela profonda, di chi vive Gela, ogni giorno.

Se fosse una favola comincerebbe con l’immancabile C’era una volta e – nel mezzo della favola – come da racconto sognante che si rispetti, troveremmo un mostro, forse un drago, prontamente sconfitto alla fine della favola e tutti vivrebbero felici e contenti. Sebbene il dopo non ce lo racconti mai nessuno.
Quella di Gela, però, non è una favola! Comincia tutto dal mostro o – almeno – da quello che, qui, in questa terra di vento e veleno, e mele avvelenate barattate con le compensazioni, chiamiamo mostro: lo stabilimento Eni.
E qui, il dopo, si può raccontare. Non vissero tutti felici e contenti. Alcuni non vissero per nulla, morirono e basta. Alcuni, di morte lenta e lancinante perché il cancro gli mangiava le ossa, mentre, da lontano, il drago, l’industria, il benessere, muovevano la coda. Altri si svegliavano una mattina e pensando di vivere felici e contenti consumavano le scarpe nuove, non già al ballo del palazzo reale come nelle favole, ma nelle sale degli ospedali. Oncologia recitava la scritta. Se eri fortunato ne uscivi con qualche litro di veleno in vena. I più baldanzosi, durante la chemio, portavano addirittura l’iPod per rincoglionirsi le orecchie; i meno affabili al dolore e alla paura se ne stavano con la testa bassa, vuota di capelli, piena di maledizioni. Per chi? Ancora non lo sapevano. Allora lo chiamavano caso, fato, destino, sfortuna, poi la chiamarono industria.
Alcuni, forse, non arrivarono neanche a saperlo. Per loro lo seppero i sopravvissuti. Sopravvissuti al dolore, al benessere, all’industria, al mostro, al vissero felici e contenti. Si congedavano uno ad uno, gli ingannati dal mostro. Si congedavano dentro un passo lento, dall’odore nauseabondo. Occhi chiusi e liberaci dal male, Amen!.
Il tutto fino al successivo colpo di coda del drago che, nel frattempo, aveva così tanto mosso la coda negli anni del boom economico che, ormai, aveva conquistato tutto. Pure l’aria, che sapeva di lui.
Cadevano come corpi consumati dal boom economico e scoppiettavano come lui. Boom! Facevano uno ad uno: polmoni, stomaco, pancreas, sangue, ossa, gola, orbite, sorriso, respiro, vita.
Fottutamente spazzati via dalla coda mangia tutto. Coda che lancia fiamme, che vive di fiamme. Perché lei vive, sono gli altri che muoiono! Compensazioni, le hanno chiamate! Tradotto: “vi abbiamo ucciso un po’ di gente e c’è qualche sedia vuota a tavola, va bene lo sappiamo! Ma continuiamo a far finta che non sia così, quindi ecco a voi il nuovo castello della favola dell’industria matrigna”.
Ma se compensiamo le morti con le compensazioni in denaro, le sedie vuote bruciamole, anzi no sbattiamole per terra come la coda del drago.
Persone, le chiamavamo noi quelle sedie vuote. Sorella, fratello, mamma, papà. Ora si chiamano compensazioni.
Che a spiegarlo, a ricordarlo, ad annusarla la verità oggi, ti vien voglia di dire matrigna, di gridarglielo. E infatti lo gridi, matrigna!.
Industria matrigna.
Ci sono proprio l’industria matrigna e i tanti caduti della prosperità e dello sviluppo economico senza freni, adesso in declino quasi costante in città, dentro ai faldoni e alle migliaia di carte del procedimento madre.
Così lo definì l’ex procuratore capo Lucia Lotti, quando diede l’annuncio che le indagini erano state chiuse e a ventidue manager, funzionari e tecnici di Eni e di tutte le altre società del gruppo, da decenni presenti a Gela, veniva contestato il reato di disastro ambientale innominato. Per i pm della Procura, che sotto la guida di Lucia Lotti, adesso aggiunto a Roma, hanno aperto un vero e proprio filone, quasi infinito, di procedenti penali tutti ispirati dall’impatto industriale sulla città, questi faldoni sono le madri che dovranno rispondere alla matrigna, fatta di impianti ed emissioni, di lavoro e morti. Una missione che dall’ex procuratore capo passa al suo successore Fernando Asaro.
Lo scorso 11 ottobre, di nuovo tutti in aula, davanti al gup Paolo Fiore, per celebrare l’udienza preliminare a carico di quei ventidue imputati. Celebrare di nuovo, sì. Perché, qualche mese fa, il procedimento madre è andato incontro ad una battuta d’arresto che in pochi avrebbero atteso. Tutte le notifiche e gli avvisi agli imputati e ai loro difensori vennero dichiarati nulli. Quindi, niente da fare. Atti ancora ai pm e tutto da rifare. Sembrava quasi che quella madre fosse destinata a cedere inevitabilmente il passo alla matrigna.
Adesso si riparte e il gup, entro la fine del mese in corso, darà il proprio responso sulla costituzione delle parti civili, compresi il Comune di Gela, il ministero dell’ambiente, la Regione, tante associazioni, gli agricoltori e, soprattutto, i familiari dei morti, ma anche quelli degli ammalati. Parti civili che sintetizzano, quasi trasfigurano, il lato oscuro dell’industrializzazione senza sviluppo che Eyvind Hytten e Marco Marchioni, all’alba dei ’70 e su commissione proprio di Eni, avevano già dipinto in tutte le tonalità, soprattutto quelle tragiche.
Pochi giorni prima dell’udienza preliminare bis, in municipio si firmavano accordi. In città, ormai, parlare di compensazioni è diventato quasi d’obbligo. Dalla politica, che in realtà non c’è più da decenni, alle compensazioni. L’industria ha danneggiato e ucciso? Compensiamo. Soldi in cambio di un passato da mettersi alle spalle. Trentadue milioni di euro, tanto recita il protocollo d’intesa firmato da Eni e amministrazione comunale, nel novembre di tre anni fa. Così, a firmare in municipio, c’erano il sindaco Domenico Messinese (che quel protocollo l’ha trovato sul tavolo già siglato dal predecessore dem Angelo Fasulo), l’ormai ex presidente della Regione Rosario Crocetta (da anni anima che non trova pace dopo aver perso i galloni della nobiltà antimafia, certamente molto più sbiaditi rispetto al passato), ma c’erano anche i manager del cane a sei zampe.
Su quei fogli, firmati nell’imminenza della campagna elettorale per le regionali di inizio novembre, passerebbe il futuro più o meno prossimo di una città che parte da quota trentadue milioni per poi glorificarsi della riconversione green della raffineria Eni di contrada Piana del Signore. La multinazionale, già da tempo, ha puntato sulla produzione di carburanti sostenibili, mettendo di fatto fine al ciclo della raffinazione classica da idrocarburi. Insomma, le ciminiere della fabbrica non fumano più come un tempo, anzi non fumano più e basta. Nelle aule del tribunale, la madre di tutti i procedimenti sta cercando di non farsi maltrattare, per l’ennesima volta, da una matrigna che la città se l’è presa, punto e basta. In municipio, invece, rimane l’eterno dilemma, chi comanda? Il voto degli elettori oppure comanda sempre Eni?

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