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    Foto: Veronica // Pellegrino Tarantino
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‘sto gas di Tap

in Fotoreportage di

Viaggio a Melendugno, in provincia di Lecce, dove dovrebbe arrivare il gasdotto Tap, tra gli ulivi secolari, in un lembo di Puglia ricco di storia e tradizioni. “Loro, i signori di là, del cantiere […] spuntano da sotto la terra ma non hanno radici”, dice il nonno No Tap, sempre in prima linea per difendere la sua terra, come un’intera comunità.

C’era una volta, in un lembo di terra tra due mari, un popolo che viveva felice fra i suoi ulivi millenari.” Comincia così uno dei racconti di Serena Fiorentino, pubblicati nella raccolta “Tanto non la fanno”. Racconti di lotta, resistenza e difesa della terra e di quel Salento che National Geographic, New York Times e Lonely Planet considerano la regione più bella del mondo. Torri e castelli si stagliano sull’orizzonte di un mare cristallino, borghi riposano incastonati tra gli ulivi all’ombra di cattedrali imponenti. Ogni angolo custodisce tesori, antiche corti e palazzi nobiliari, piccole cappelle di rara bellezza, trulli, alberi monumentali e panorami incantati. Persino la lingua, il grecanico, ha un carattere magico e ancestrale, come se ad insegnarla fossero stati gli ulivi che cantano al vento.
È qui, in questi luoghi che si animano come in una fiaba, che dovrebbe definitivamente approdare il gasdotto Tap (Trans adriatic pipeline), il lungo tubo che dalla frontiera greco-turca attraverserà Grecia e Albania, per portare in Italia – a San Foca di Melendugno, in provincia di Lecce – il gas estratto dal giacimento offshore di Shah Deniz, nel Mar Caspio, a sud di Baku, in Azerbaijan.

L’ASILO NIDO DEL MARE
Il Salento è terra di bellezza, e deve vivere di bellezza”, dice un professore dell’Università di Lecce nel corso di una conferenza. In questi anni i salentini hanno sudato e lottato per fondare sulle bellezze del territorio la loro ricchezza. E quanto e come il gasdotto Tap potrebbe impattare su quanto costruito, ancora, non è molto chiaro. Nemmeno alle Istituzioni.
Arrivato su una spiaggia tra San Basilio e San Foca la gente del luogo mi indica una grande nave al largo. Poco distante un paio di gommoni stanno posizionando dei galleggianti con delle bandierine. Sono tecnici che effettuano rilevamenti per Tap. Tra noi e loro c’è qualche scoglio, che il mio accompagnatore inizia a chiamarli per nome. “Quelle sono l’Isulascie, le isole basse, quella invece è la Caciulara, sotto è pieno di pesci, quella invece è la Caddharne…” E il tubo? “Il tubo passerà qui a fianco.
Il rischio non è solo per la spiaggia, ma anche per il mare e i pesci. “Diversi pescatori però hanno preso soldi. Un indennizzo per il periodo dei lavori che non potranno pescare. E se anche dopo non dovesse esserci più pesce, a questi che si sono presi i soldi, poco importa. ‘Tanto il mare è grande’, dicono.
Intanto la dismissione del gasdotto, che ha una vita massima di cinquanta anni, sembra non essere prevista. Ovvero i tubi, e tutti i residui, resteranno in balìa delle onde e del mare. A consumarsi lentamente.

Foto: La Posidonia Oceanica // Pellegrino Tarantino

Avanzando sulla spiaggia si notano banchi di alghe sugli scogli. “Guarda che è lei, è lei! Fai vedere che c’è, loro (quelli del Tap) dicono che non c’è.” Si tratta di Posidonia Oceanica, una pianta acquatica simile alle alghe che costituisce le foreste del Mediterraneo. Ogni metro quadrato di questa pianta alimenta il mare con venti litri di ossigeno al giorno, fungendo da polmone verde marino e permettendo la vita acquatica. È casa di numerosi organismi animali e vegetali che, oltre ad usarla come sito di riproduzione, vi fanno crescere i piccoli, tanto da essere considerata “l’asilo nido del mare.” Le sue radici e le lunghe foglie nastriformi, inoltre, proteggono dall’erosione la linea di costa. Le praterie marine di Posidonia Oceanica sono considerate Habitat prioritario del mar Mediterraneo, da proteggere, secondo la direttiva Habitat, n.92/43/CEE.
Che a meno di 10 metri dal punto in cui passerà il gasdotto ci fossero giovani praterie di Posidonia Oceanica l’hanno già detto – e filmato – anche i sub di Sea Shepherd, organizzazione ambientalista per la conservazione marina. Tap però afferma che la presenza della Posidonia Oceanica, nel tratto di mare antistante San Foca, è solo sporadica e che la costruzione e il passaggio del tunnel per il gasdotto non recherà alcun fastidio alle piante acquatiche. “E poi tanto alla gente e ai turisti non piace.”
Superato il mare e la spiaggia, il gasdotto passerà sotto una pineta, anch’essa tutelata dall’Europa. Quella stessa Europa che con la Banca europea investimenti (Bei) finanzia e presta soldi a Tap per la realizzazione dell’opera.
Ci sono poi la macchia mediterranea, la falda acquifera superficiale e “gli anziani signori del Salento”: gli ulivi. Tap con loro ha avuto molti problemi. Il 28 marzo dello scorso anno ha, infatti, provato ad espiantarne più di 200, compresi alcuni esemplari secolari, dei 1900 da sradicare lungo il percorso del gasdotto, trovando l’opposizione della comunità. È un affronto al territorio, alla cultura e all’identità dei luoghi. Così gli ulivi diventano un simbolo: uomini e alberi si riconoscono, entrambi, figli di quella terra difficile e bellissima che la gente chiama Salento.

LE CURVE PERFETTE DI VERONICA
Vieni, ti portiamo a conoscere Veronica”, dice Serena Fiorentino. Mi avevano parlato di lei, ma mai avrei potuto immaginare la sua bellezza: curve perfette, ipnotiche, senza fine. Veronica è un ulivo secolare. Uno dei tanti sparsi per il Salento e non ancora censiti. “Per lei il gasdotto Tap ha cambiato il percorso iniziale”. Del resto c’è un limite umano a tutto. A quanto pare, anche per i signori del gas. “Mi hanno raccontato che prendono la loro curvatura dal girare dell’asse terrestre”, dice Serena, sottolineando il rapporto intimo che questi giganti meravigliosi hanno con l’ambiente.

Foto: Veronica // Pellegrino Tarantino

Poco distante da Veronica, Tap ha già iniziato le potature degli alberi che dovrà espiantare. Ma Serena mi spiega che c’è differenza tra potare e tagliare. Gli ulivi sono sensibili, sono materia viva, e vanno curati con attenzione. Lei, come tanti in questa terra, sugli ulivi pratica la “slupatura”. Un lavoro di potatura certosino, spesso fatto con lo scalpello, per eliminare le parti del tronco dell’ulivo che, per umidità o funghi, sono diventate deboli e friabili. Questi anziani giganti sono qui perché, generazione dopo generazione – con amore e pazienza – il popolo di questa terra si è preso cura di loro. Ogni centimetro di Veronica, ogni suo ramo, ogni sua oliva, è un atto d’amore tra uomo e natura che va avanti da secoli. Mentre parliamo, il marito di Serena e i loro figli giocano tra gli ulivi. Si arrampicano, si nascondono tra i grandi tronchi. Tap voleva offrire un parco giochi ai salentini, come compensazione.
Penso non ne abbiano bisogno, nonostante c’è chi vorrebbe radere tutto al suolo per piantare piccole piante per l’agricoltura intensiva meccanizzata. Come il Cultivar FS17, detta “Favolosa”, che richiede poche cure e produce grandi quantità di olive già in tenera età.
A San Foca, a pochi chilometri da Veronica, sorge il cantiere del pozzo di spinta. Alte recinzioni, filo spinato, cancelli rinforzati o in fase di rinforzo, reti contro i lanci, Carabinieri, Polizia, Guardia di finanza e vigilanza privata.
E questo non è niente.” Prima, qui, sorgeva la zona rossa: un’area di massima sicurezza paragonata, da alcuni, a campi di concentramento nazisti. Definire ancora, oggi, il sito come altamente militarizzato sarebbe un eufemismo. E non solo nei dintorni del pozzo di spinta ma anche sulle strade e nei paesi limitrofi.

GLI ANARCHICO-INSURREZIONALISTI E IL NONNO NO TAP
Appena inizio a scattare alcune foto al cantiere ho il primo contatto con la Digos. “Ma lei fa parte degli anarchico-insurrezionalisti?”, mi domandano. “Anarchico-insurrezionalisti? Dove? Li voglio fotografare”, rispondo. Mi chiedono i documenti e chiacchieriamo.
Noi la gente di qui la capiamo. Pensi, siamo calabresi. Lo sappiamo che vuol dire. Però a noi qui ci mandano. Non creiamo scontri, e se ci sono per favore non reagite, noi lo facciamo per il vostro bene, perché vi vogliamo bene.
Già, il solo chiedere alla gente di non reagire, di stare a guardare, è assurdo, senza dover commentare il resto: gli scontri, le cariche e la militarizzazione dell’area. I ragazzi del presidio No Tap, che sorge lì vicino, mi spiegano che ci sono sempre un paio di auto della Digos nascoste tra gli ulivi, a sorvegliarli.

Foto: Il Nonno No Tap // Pellegrino Tarantino

Ma tu vuoi conoscere gli anarchico-insurrezionalisti di cui parlano loro? Aspetta che ti facciamo conoscere il più anarchico-insurrezionalista di tutti noi. Lui è sempre in prima linea. Ha la terra qui vicino.” Verrebbe da pensare a qualche omone, un gigante con esperienze di guerriglia. Insomma, quei “professionisti della protesta” che tanto vanno di moda in tv. Eppure qui si parla di un vecchietto: il nonno No Tap. La sua terra rientrava nella zona rossa e per tanto tempo non gli hanno permesso di andare a curare i suoi alberi. “Cosa da ridere. Non potevo entrare nella terra mia.” È un signore combattivo il nonno No Tap. Ogni volta che ci sono scontri si para davanti e urla di lasciar stare “i suoi ragazzi”, quelli del Movimento, e quelli più verdi, i suoi ulivi. Gli chiedo se ne ha uno preferito, a cui è più legato. “Preferito? No. E come fai? Quelli sono come figli. Appena inizi a lavorarci vicino te ne innamori. Fanno parte della famiglia. Quando stanno male ci passi le notti insonni, e i pianti poi”, mi spiega insieme a Edoardo, il marito di Serena.
Vedi, queste piante le ho cresciute io, insieme a mio padre, e ai miei figli. Le lascerò a loro. È qualcosa che mi è stato lasciato e che lascerò ad altri. Capisci che voglio dire? Loro, i signori di là, del cantiere, queste cose non le capiscono, loro spuntano da sotto la terra ma non hanno radici.” Non si potrebbe spiegare meglio la situazione. C’è poi chi per mettere radici qui ha speso anni, fatto sacrifici, per realizzare il desiderio di una vita.
È l’esempio di Gianmarco, meno di 40 anni, che da 10 anni lotta per il suo sogno: costruire una casa per sua moglie e i suoi 3 figli. “La più piccola ha già fatto le valigie per trasferirsi nella nuova stanzetta, nonostante manchi ancora un po’ alla fine della costruzione. Dobbiamo ancora fare la copertura di legno”, mi dice mentre la piccola annuisce timidamente.
Ma a poco più di 500 metri da quella che dovrebbe diventare la nuova casa di Gianmarco hanno deciso di costruire il Prt: una megastruttura che copre 12 ettari. È il terminale di ricezione, con camini alti 10 metri per smaltire i fumi della combustione necessaria per riscaldare il gas. Il tutto in un’area abitata da circa 20 mila persone tra i comuni di Melendugno e Vernole e senza ottemperare alla direttiva Seveso sul rischio incidenti rilevanti.
Ma Gianmarco e la sua famiglia non si arrendono. “In tanti stanno vendendo. Ma noi non vogliamo rinunciare al sogno di una vita. Ci fanno pressioni, organizzano incontri chiedendoci cosa vogliamo, proponendoci parchi giochi o altro. E poi c’è la Polizia e la Vigilanza privata di Tap che passano in continuazione. Qui vicino hanno anche le serre per gli ulivi espiantati. Prima avevamo la bandiera del Movimento No Tap davanti al cancello, ma ce l’hanno tolta. Alcuni vicini dicono che sono stati quelli della Vigilanza. Due volte l’hanno tolta. E noi l’abbiamo messa sul tetto.

IL DOLMEN GURGULANTE E IL TRULLO MERAVIGLIOSO
Oltre gli ulivi, oltre le case, questa è anche terra di storia. A pochi metri da dove dovrebbe sorgere il terminale di ricezione, infatti, emerge il dolmen Gurgulante, una struttura in pietra alta poco meno di un metro risalente all’età del bronzo. E poi, andando a ritroso sul percorso del tubo, vecchie cappelle medievali, una cisterna romana, qualcuno dice anche una villa, benché di quest’ultima non si sia ancora individuato precisamente il sito. E poi la Torre della Masseria di San Basilio, a pochi passi dal cantiere. Senza contare i muretti a secco, alcuni dei quali secolari e spesso e volentieri distrutti dal passaggio dei mezzi pesanti di Tap. E poi i Trulli, i Pajari e i Furnieddhi, sparsi per le campagne in mezzo agli ulivi. Strutture a secco tipiche del Salento, usate per riposarsi duranti i lavori nella terra o per riporre gli attrezzi per la cura degli ulivi. Ed è proprio a meno di 400 metri dal cantiere che sorge “il trullo meraviglioso”, una vecchia struttura ristrutturata da Duilio che a San Foca ha un ristorante e una struttura ricettiva. Quando gli chiedo del cantiere mi risponde che “la zona rossa iniziava esattamente dopo il mio cancello. Mi chiedevano documenti in continuazione. Mi interrogavano su cosa stavo facendo e non mi hanno permesso di raccogliere neanche le olive. Una cosa assurda.
Quando Duilio mi spiega che è poco più di un anno che ha ristrutturato il trullo, gli chiedo perché lo ha fatto nonostante sapesse del gasdotto. ”Perché io ci credo in questo territorio. Penso che bisogna investirci. Se tutti scappano vincono loro. Da quattro generazioni la mia famiglia lavora nel turismo. Non ho intenzione di cambiare.
Già perché qui si vive anche, e soprattutto, di turismo. Salvatore e Claudia hanno un B&B, a pochi metri dal percorso del tubo. Sono giovani, appassionati di musica, di bici e pieni di idee. La crisi però si fa sentire, ancora di più, ora con il gasdotto, a pochi metri. Però “ci hanno telefonato dei tecnici del Tap. Volevano prendere delle stanze. Ma nonostante tutto non potevamo accettare. Non li vogliamo da noi.

Foto: La Focara // Pellegrino Tarantino

LA “FOCARA”
La sera Serena mi porta a vedere la Focara, un grande falò tradizionale a Melendugno. Tra i fuochi d’artificio e le alte fiamme la gente discute. “Stiamo facendo le prove per quando salterà il tubo. È paradossale che qui ci tengano a tutta questa distanza, per sicurezza, mentre il Tap può passare di fianco al paese.” Serena mi conferma che la paura c’è e non è poca. Anche i bambini fanno disegni di tubi che esplodono. “Al B&B qualcuno mi telefona chiedendo com’è la situazione, se hanno già fatto, se stanno facendo, se c’è tanta Polizia o se ci sono scontri. Per il turismo non è il massimo del clima. La gente oramai ha paura perfino a parlarne. Qui vicino, a Martignano, dei bambini stavano organizzando un carro di Carnevale contro Tap, niente di che, dovevano vestirsi da tubi e cose così. È intervenuta la Digos a dire che, per farlo, era necessaria un’autorizzazione della Prefettura, perché avrebbero messo a rischio l’ordine pubblico. La cosa peggiore è che nonostante prove e testimoni c’è chi dall’organizzazione del Carnevale ha smentito il tutto pur di non avere problemi. La paura non è solo per il tubo. È per tutto il sistema.
Nei miei giri intorno al pozzo di spinta mi sono imbattuto nella famiglia Erre, che ha la terra proprio oltre il cantiere. Per accedervi deve passare obbligatoriamente dentro l’area militarizzata. Ogni volta è una richiesta di permesso e ogni volta devono aprire due cancellate, per entrare e per uscire.
Mentre fotografo il cantiere vicino a me passeggiano proprio uno dei signori Erre, con dei tecnici Tap. Il signore si lamenta di come i mezzi pesanti gli abbiano distrutto le strade, ormai quasi impraticabili per la sua piccola Apecar. Tirato giù muretti a secco e danneggiato alcuni alberi di ulivi.
Anche il giorno ho incontrato un altro membro della famiglia Erre. Anche lui si è lamentato per le stesse ragioni. Ma quando lo fermo per parlargli, la moglie quasi terrorizzata intima al marito di lasciarmi stare, di non parlare, di non dire niente e di andare via.
Nella loro stessa situazione ci sono tanti contadini e coltivatori, come il signor Montinaro. “Qui le strade portavano più o meno a undici fondi. Ma ora hanno smostrato tutto. Quando hanno eretto la zona rossa io stavo raccogliendo le olive, mi hanno detto di sbrigarmi, che dovevano chiudere la zona. Mi dicevano di passare oltre il limite e di continuare a lavorare da lì. Ma come avrei potuto fare se le olive stavano dall’altra parte? E continuavano a farmi fretta, a dirmi di andarmene. Tu vieni a casa mia e mi dici di andarmene? Ti sembra normale?
Siamo davanti al cantiere e mentre parliamo la nipotina del signor Montinaro gioca tra gli ulivi con i suoi amichetti. Come le verrebbe naturale, come ha sempre fatto in quella che era la terra del nonno.
Poco più in là al presidio No Tap si svolge il pranzo sociale, Treble, dei Sud Sound System, parla di come “da un anno il Salento e i salentini sono sotto occupazione militare.” Incita a non arrendersi, canta. Mentre i ragazzi di fronte al filo spinato, di fronte ai Carabinieri, continuano a giocare e ad arrampicarsi tra i loro ulivi. “È la terra toa, amala e difendila!

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Photoreporter. Si interessa di ambiente, sociale e folklore. Sempre alla ricerca di una nuova storia da raccontare attraverso i suoi scatti.

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