I figli di Riace



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Il 6 ottobre una grande manifestazione ha animato le strade di Riace, dimostrando vicinanza e solidarietà al sindaco Mimmo Lucano. Noi a Riace ci siamo stati, raccogliendo testimonianze, immagini e speranze.

Arriviamo a Riace dopo sette ore e mezzo di pullman. Con me ci sono i ragazzi del centro Comunità Accogliente di Mercogliano, in provincia di Avellino. Sono originari del Mali e della Guinea Francese. Chiedo loro cosa pensano degli arresti domiciliari a Domenico Lucano, primo cittadino del paese jonico. «Cosa vuoi che pensiamo? Sono altri che dovrebbero arrestare.»
Sono curiosi di vedere il paese, di capire come funziona questo modello Riace. Si fermano davanti ad un cartello di benvenuto, la scritta in varie lingue, i colori della bandiera della pace, tutte quelle bandiere di nazionalità diversa. Intanto la piazza inizia a riempirsi, chi sfoggia cartelli, chi attacca manifesti, o dispiega le proprie bandiere.
Non faccio in tempo a guardare intorno che un ragazzo con un fischietto inizia a chiamare tutti a raccolta. È presto per la manifestazione (6 ottobre 2018, ndr), ma loro devono essere i primi a partire, a dare l’esempio. Chiama tutti i suoi compagni invitandoli a seguirlo, a cantare, a ballare battendo i piedi a terra. Uno di loro porta con se una foto con l’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e un messaggio per Papa Francesco. Chiede loro di alzarsi in piedi, di intervenire. A marciare ci sono tutti: ragazzi dal Gambia, dall’Etiopia, dalla Somalia, dalla Nigeria. Uomini, donne, ragazzi, bambini. Sono “i figli di Riace”, dice qualche cartello. Mi correggono.
«Sì, molti dei bambini sono nati qui, ma siamo tutti figli di Riace. Vieni, andiamo sotto casa di Papu.» Papu, il padre. Mimmo. Accendono delle candele, il canto diventa un lamento, si gettano alla porta della casa del sindaco. Lo chiamano. Si disperano. Lo vorrebbero con loro, in mezzo a loro, come sempre. Tra canti e mani che battono per un momento sembra davvero di trovarsi in qualche rito africano. La manifestazione sta per iniziare e prima i ragazzi vogliono fare un discorso. Si riprende la marcia e ci si ritrova sotto il municipio.
«Hanno arrestato Mimmo per cosa? Perché ha avuto un gran cuore. Lui ci ha accolto.» I ragazzi ringraziano chi è venuto, chi li ha aiutati, chi ha avuto un pensiero per loro. Qualcuno viene perfino preso in trionfo. Riprende la marcia. Fanno il segno delle manette con le braccia. Cantano, «Riace non si arresta.»
Nel corteo, che ora inizia a farsi affollato, ci sono tanti simboli, ma i ragazzi di Riace sono affezionati soprattutto a quello della pace. Se lo passano l’un l’altro e quando, per pochi minuti, la bandiera si perde, tutti iniziano a chiedere dove sia “il loro arcobaleno”. Ma è presto ritrovato, portato in avanti da alcuni bambini. Ormai tutte le colline intorno al paese risuonano del canto dei manifestanti. Un mare di persone, quattromila, cinquemila, forse di più. Tutti urlano: «Mimmo Libero.» Tra di loro anche Alessio Pascucci, sindaco di Cerveteri, che si è autodenunciato come complice del sindaco di Riace. Anche una madre con un bimbo in braccio urla, come a volersi autodenunciare: «sono clandestina». Ma lo fa sorridendo. Sa bene che il suo non è un crimine o una colpa o un qualcosa di cui vergognarsi. La manifestazione torna sotto casa di Lucano. Tra le bandiere, da una finestra, dietro una zanzariera, compare la sagoma di Mimmo. Tutti lo chiamano, guardano in alto. «Siamo con te, siamo dalla tua parte.»
“I figli di Riace” iniziano a intonare Bella Ciao. Sembrano conoscerla meglio di tanti Italiani. Mimmo si affaccia, alza il pugno, saluta. Intanto inizia a piovere, chi può si ripara sotto ombrelli e bandiere. E mentre la folla inizia a defluire, da lontano, alla finestra, vedo un uomo in lacrime tra le braccia di un amico. Un sindaco che da un piccolo paese ha aiutato il mondo. Un uomo che chiamano Papu.

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Photoreporter. Si interessa di ambiente, sociale e folklore. Sempre alla ricerca di una nuova storia da raccontare attraverso i suoi scatti.

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