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Piattaforma petrolifera, Giornale della Vela

Con decreto del ministero dello Sviluppo economico 7 dicembre 2018, pubblicato sul Bollettino ufficiale degli idrocarburi del 31 dicembre, sono stati conferiti 3 permessi alla società petroliera Global Med finalizzati alla ricerca di idrocarburi nello Jonio.

Si tratta dei procedimenti “F.R43.GM”, “F.R44.GM”, “F.R45.GM”, relativi alle istanze di ricerca “F.R87.GM”, “F.R89.GM” e “F.R90.GM”.

In sostanza il ministero dello Sviluppo economico ha ritenuto di poter autorizzare la compagnia petrolifera Global Med alla ricerca di idrocarburi nello Jonio, con la tecnica dei rilievi in 2D e in un area complessiva di 2.223,2 chilometri quadrati.
Dallo Studio di impatto ambientale (Sia) presentato dalla società petrolifera emerge chiaramente l’ubicazione delle aree ma anche la modalità di ricerca che, purtroppo – come da tempo abbiamo segnalato – presenterà potenziali rischi e impatti per l’ambiente.
Mediterraneo No Triv ha già presentato le osservazioni contro le tre istanze di ricerca segnalando all’attenzione dei ministeri preposti al rilascio delle relative autorizzazioni, le numerose criticità che la ricerca potrebbe comportare.
Il primo settore che indubbiamente subirà gli effetti di tale decisione del ministero dello Sviluppo economico sarà quello della pesca. Contro l’istanza “F.R90.GM”, oggi autorizzata, avevamo già segnalato che nel Sia, in merito all’impatto sullo specchio d’acqua occupato, la società dichiarava che «l’eventuale interferenza che potrà manifestarsi è quella legata all’occupazione fisica dello specchio d’acqua sia per quanto riguarda il traffico marittimo che l’attività ittica e il turismo costiero», omettendo di precisare che proprio in virtù della tecnica di ricerca impiegata le conseguenze potranno incidere ben oltre il mero spazio occupato dalla piattaforma o dalla nave di ricerca e così come confermano numerosi studi scientifici.
A rischio sarà anche il settore del turismo, altra voce economica di estrema importanza per le tre regioni interessate dai progetti petroliferi autorizzati, ossia Puglia, Basilicata e Calabria.
Del tutto ignorate anche le preoccupazioni, da noi sollevate, in merito alla fragilità delle coste così come per l’enorme patrimonio di coralli rossi presenti nel nostri fondali marini e per i cetacei la cui sopravvivenza è seriamente messa in pericolo dalla tecnica di ricerca con air-gun.
Mediterraneo No Triv aveva anche sollevato la questione delle navi dei veleni affondate e mai recuperate come evidenziato da numerose inchieste giudiziarie e giornalistiche nonché atti parlamentari sulla questione.
Grande è la nostra preoccupazione sulla possibilità che le bombe d’aria potrebbero avere su dei fusti verosimilmente affondati con la complicità della criminalità organizzata e mai recuperati o almeno censiti. In effetti, avevamo chiesto un’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni nel decretare il fermo di ogni forma di ricerca di idrocarburi in questi mari subordinandola alla prioritaria ricerca di tali pericolosi affondamenti e il tutto per escludere qualsiasi forma di
pericolo diretto e indiretto per l’ambiente ma anche per la salute e la sicurezza dei cittadini.
Grave è l’assenza della politica sulla questione e, sino ad oggi, non abbiamo registrato, da parte di nessun governo passato e presente, alcuna attenzione ai vincoli imposti dal Protocollo di Kyoto, che prevede la riduzione del 20 per cento delle emissioni di gas climalteranti adottato dall’Unione Europea (“20-20-20”) di cui si prospetta addirittura un rafforzamento, attualmente in discussione, per una progressiva riduzione del 30 per cento delle emissioni, entro il 2020.
Appare anacronistico siglare da una parte Trattati internazionali per ridurre l’impatto dell’inquinamento sull’ambiente e dall’altra autorizzare le ricerche di idrocarburi piuttosto che impegnare ingenti risorse economiche ed investimenti verso fonti di energia pulita.
Ma appare anche assurdo aver  ignorato le leggi sugli impatti transfrontalieri e aver disatteso le numerose opposizioni delle associazioni ambientaliste, dei cittadini e delle regioni interessate.
Ora, però, è necessario che le Istituzioni e, soprattutto, le Regioni Basilicata, Puglia e Calabria adottino iniziative forti e incisive contro questi tre concessioni soprattutto se si considera che molte
altre sono le compagnie petrolifere che attendono di sapere se anche loro potranno cercare petrolio nel Golfo di Taranto, istanze che tutte insieme coprono, sostanzialmente, quasi del tutto l’area interessata. Con quali impatti per il turismo, la pesca e l’ambiente ora è facile ipotizzare.

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