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Negli ultimi anni si è consolidata l’attenzione sulle attività umane e i nefasti effetti su ambiente, clima e territori. La narrazione dell’impatto antropico – sospinta anche dall’attuale crisi climatica senza precedenti – ha assunto spesso toni “romantici” e si è avvalsa di nuove sintesi e neologismi ad effetto per raccontare la devastazione con la quale l’uomo ha travolto la natura. Uno dei termini più in voga è senza dubbio Antropocene, “l’era dell’uomo”, un efficace connubio di etimologia greca e richiamo alla geocronologia che ha trovato ampio spazio su giornali e riviste e in una buona parte del dibattito pubblico.

A un livello più scientifico, l’Antropocene assume un significato meno rarefatto, e abbraccerebbe la tesi secondo cui siamo ufficialmente entrati in una nuova era geologica, un’epoca in cui i cambiamenti del sistema-Terra sono determinati precipuamente dall’azione umana. E sebbene il riconoscimento dell’impronta dell’uomo risulti essere pressoché unanime nella comunità scientifica mondiale, parlare di Antropocene come nuova era geologica incontra ancora tante resistenze, siano esse di natura tecnica o politica, se non addirittura filosofica o mistico-religiosa.
Molte difficoltà nell’ufficializzare il neologismo a livello geologico possono apparire ovvie ai più: innanzi tutto definire una nuova era necessita di evidenze scientifiche concrete, in particolare tracce di modifiche al sistema-natura conservate negli strati delle rocce. La questione poi è prima di tutto temporale: la percezione di un’era geologica è misurata in milioni di anni. Potrebbe dunque essere ancora troppo presto per comprendere se la nostra eredità, in quanto esseri umani, sia fossilizzata o si fossilizzerà negli strati del suolo, così come è successo ad esempio per l’estinzione dei dinosauri. Non solo: la geologia ha bisogno di un momento preciso in cui la Terra cambia di stato, e che il medesimo cambiamento sia avvenuto in maniera sincronica su tutto il pianeta.

I DINOSAURI
Il caso dell’estinzione dei dinosauri, che segna la fine del Mesozoico e l’inizio del Cenozoico, ci torna utile perché di immediata comprensione. La scomparsa degli enormi rettili è stata provocata principalmente dall’impatto di un meteorite che colpì un’area al largo delle coste dell’attuale Messico (oltre a tutta una serie di super-eruzioni vulcaniche e altri fenomeni naturali di grossa entità). In questo caso, l’impatto del meteorite ha lasciato una traccia speciale sulla Terra: la presenza di un raro elemento, l’iridio, arrivato col corpo celeste e diffuso in tutta l’atmosfera dopo l’impatto. La ricaduta dell’iridio è stata catturata dalle rocce: un nuovo strato di colore rosso argilla contiene livelli di iridio insolitamente elevati, riscontrati in una sporgenza di roccia nei pressi della città di El Kef, nella Tunisia nord-occidentale (dunque dall’altra parte del mondo rispetto al luogo dell’impatto). Lo strato di iridio rappresenta ciò che viene tecnicamente chiamato un golden spike, ossia letteralmente uno “spuntone dorato” conficcato nella roccia, con il quale si marcava l’inizio di una nuova fase per il pianeta. L’esito dell’impatto ha portato all’uccisione di circa il 75 per cento delle specie viventi sulla Terra. Tale scomparsa ha lasciato vuote delle nicchie ecologiche, colmate da nuove specie di piante e animali. Cominciarono dunque a prosperare piante da fiore, foreste nelle zone temperate e tropicali e gli stessi mammiferi, insieme agli uccelli, evoluti dai dinosauri volanti che scamparono all’estinzione. In seguito all’impatto del meteorite, la Terra mutava ufficialmente in un nuovo stato mai avuto prima.
Quale dovrebbe essere dunque il golden spike che decreterebbe l’inizio dell’Antropocene? Quale la traccia geologica sincronica che ha portato la Terra a un nuovo stato – tuttora in corso – sin dalla comparsa dell’essere umano sul pianeta? Alla domanda hanno provato a dare risposta due scienziati inglesi, entrambi docenti alla University College di Londra: Simon L. Lewis e Mark A. Maslin, autori del libro “The Human Planet – How We Create the Antropocene” (Yale University Press, 2016). Lewis e Maslin hanno identificato quattro possibili golden spike per l’inizio dell’Antropocene, quattro transizioni di cui due legate al consumo energetico e due all’organizzazione sociale dell’uomo, tutt’e quattro con un potente impatto sul sistema-Terra.

LE QUATTRO TRANSIZIONI
La prima è legata all’ascesa dell’agricoltura e alla capacità di addomesticare specie animali e vegetali (più di 10 mila anni fa). La seconda, di carattere organizzativo, viene chiamata “globalizzazione 1.0”, ossia il periodo in cui gli europei hanno colonizzato vaste aree del resto del pianeta (il cui inizio è idealmente fissato con la scoperta delle Americhe, nei primi anni del XVI secolo). La terza transizione è nuovamente di natura energetica: l’uomo impara a estrarre e a utilizzare le fonti fossili, avviando la rivoluzione industriale (fine XVIII secolo). La quarta ed ultima è invece la “globalizzazione 2.0”, detta anche “grande accelerazione”, un periodo iniziato nel 1945 e che dura a tutt’oggi, in cui tutto è aumentato in maniera esponenziale, dall’egemonia economica alla popolazione mondiale, passando per il miglioramento delle condizioni di vita e del benessere materiale in generale.
Nel dibattito odierno e in piena crisi climatica si è portati per intuito ad accostare l’impatto antropico se non alle ultime due quantomeno alla terza transizione: la rivoluzione industriale è spesso vista come l’inizio di ogni male, con molta probabilità per l’immaginario visivo che può suscitare la combustione del carbone, i tubi di scappamento delle automobili o i camini industriali che vomitano veleno in contrasto a un cielo azzurro. Tutte facili icone del fenomeno umano distruttivo e “poco naturale”, della portata dei danni che siamo capaci di provocare al pianeta. In verità la nostra impronta è molto più articolata, complessa e distribuita in un arco temporale molto più ampio, e l’avvelenamento da fossili potrebbe non essere il più incisivo degli impatti.
Lo stesso passaggio dall’uomo-cacciatore all’uomo-agricoltore ha generato mutazioni più grosse di quanto possiamo immaginare. L’uomo-cacciatore ai tempi della Pangea si era insediato in nuovi territori e aveva cominciato a cacciare i grandi mammiferi fino a decretarne l’estinzione (circa il 4 per cento di tutte le specie mammifere). I grandi erbivori impedivano l’avanzamento di boschi e foreste, e la loro estinzione ha in qualche modo rimodulato l’intero ecosistema, modificando il ciclo biogeochimico dello scambio energetico. Senza di loro, l’atmosfera terrestre ha subito un brusco calo di metano (dalle 680 alle 450 parti per milione), sia per l’avanzamento di boschi e foreste – che lo trattenevano – sia perché la stessa megafauna lo rilasciava per effetto digestivo; la conseguenza è stata l’abbassamento delle temperature di almeno 0,5 gradi centigradi. Parliamo di un periodo in cui la popolazione mondiale era di circa 10 milioni di individui, circa un terzo dell’attuale Shanghai. Non di più.
L’assenza di megafauna e un atteggiamento più stanziale dell’uomo ha poi portato all’ascesa dell’agricoltura, dovuta sia alla capacità di addomesticare le piante sia alla possibilità, grazie alla padronanza del fuoco, di distruggere aree boschive per far spazio ai terreni coltivabili. Anche in questo caso la distruzione di ambienti naturali capaci di stoccare enormi quantità di carbonio, unita alla crescita dell’addomesticamento di bestiame e il conseguente aumento di emissioni di gas metano, ha portato a saturare l’atmosfera di questi due potenti gas serra. Si suppone dunque che i primi agricoltori, in maniera del tutto inconsapevole, abbiano bloccato la consueta progressione del periodo interglaciale verso una successiva era glaciale.

LA NUOVA FASE GLACIALE
Una nuova fase glaciale si raggiunge quando la diminuzione di anidride carbonica scende sotto le 240 parti per milione, un livello che è di 40 parti per milione più basso del periodo preindustriale e di 160 parti per milione più basso rispetto ai livelli odierni. I primi contadini hanno impedito alle concentrazioni di anidride carbonica di scendere al di sotto di quella soglia. Lo dimostrano gli studi alle carote di ghiaccio effettuati in Groenlandia e in Antartide, che ci danno informazioni sugli ultimi otto periodi interglaciali (sui 50 totali subiti dalla Terra), dove si leggono anomalie nelle bolle d’aria intrappolate e si comprende che, dopo migliaia di anni di diminuzione, i livelli di anidride carbonica cominciano a risalire circa 7 mila anni fa, quelli di metano circa 5mila anni fa. L’agricoltura dunque non ha soltanto posticipato la prossima era glaciale, ma ha anche favorito l’inizio di un periodo di stabilità climatica che dura da migliaia di anni. Sono le condizioni che hanno permesso agli esseri umani di progredire in civiltà e imperi; senza queste condizioni, probabilmente, non staremmo nemmeno qui a discuterne.
Eppure, nonostante una rivoluzione terrestre di tale portata e il condizionamento del clima al punto da arrestare il naturale ciclo glaciale-interglaciale, la nascita dell’agricoltura non supera i test per diventare il golden spike dell’Antropocene. Gli aspetti che la penalizzano sono legati al fatto che l’addomesticamento di piante (e di animali) è avvenuto in un arco temporale enorme, e lo sviluppo delle pratiche agricole, seppure avvenuto con modalità straordinariamente simili in diverse parti del mondo, non ha avuto quella portata “globale” da poterlo rendere decisivo. Si è trattato di uno sviluppo diacronico, sostanzialmente a macchie, e dispiegato in migliaia di anni, dal quale non si può dunque ricavare una data più o meno esatta, un evento cruciale (come può esserlo l’impatto di un meteorite) o avvenuto in un range temporale di breve durata.
Un discorso che vale anche per la rivoluzione industriale, la terza transizione: con la combustione dei fossili i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera hanno indubbiamente subito un’impennata senza precedenti. Basti pensare che l’inconsapevolezza dei primi contadini ha portato quei livelli dalle 260 parti per milione di 7 mila anni fa alle 280 parti per milione registrati all’alba del XVIII secolo (parliamo di circa 0,003 parti per milione di aumento l’anno); con l’utilizzo di carbone, gas e petrolio si è passati dalle 280 alle 404 parti per milione registrate nel 2016, un aumento di 0,6 parti per milione l’anno. La stessa rivoluzione industriale ha avuto un suo sviluppo disomogeneo, e più che altro ha avuto un valore di propulsore della stabilità climatica, consolidando il rallentamento dei cicli glaciali e generando un vero e proprio super-periodo interglaciale.
Anche per la quarta transizione, la cosiddetta “grande accelerazione”, si può parlare di pericolosissime modifiche ai vari cicli del carbonio, dell’azoto e del fosforo, o di un evento preciso con cui si considera il suo inizio (i test nucleari del 1943), le cui ricadute hanno effettivamente coinvolto più o meno l’intera superficie terrestre (le tracce nucleari sono già presenti nei ghiacciai o nei fondali marini), ma anche in questo caso non siamo in presenza di un golden spike decisivo.
Abbiamo intenzionalmente saltato la seconda transizione, la globalizzazione 1.0, per offrire un background delle riflessioni di Lewis e Maslin e concentrarci sulla scoperta delle Americhe come golden spike per l’Antropocene in quest’ultima parte di articolo, evitando di incorrere in dinamiche da indovinello (“quale sarà allora il golden spike?”), più funzionali alla discorsività di cui può godere un intero libro. Lo spoileriamo subito: il golden spike identificato dai due scienziati è il 1610, chiamato col nome di Orbis spike.

LO STERMINIO DEGLI AMERINDI
La conquista delle Americhe porta con sé valori sincronici e narrativi che sintetizzano con maggiore completezza la nascita di una nuova era, e in particolare di una “era umana”. La stessa rivoluzione industriale altro non è che una conseguenza dell’approvvigionamento di materie prime estratte nel nuovo continente, mentre l’organizzazione di un sistema globalizzato – evolutosi in capitalismo prima mercantile, poi industriale e infine consumista – ha la sua data di inizio proprio in questa prima globalizzazione, che in molti addirittura chiamano “nuova Pangea”, quando le distanze oceaniche non erano più un ostacolo. Questo sul piano della storia umana: l’omogeneizzazione degli stili di vita ha un punto di partenza ben definito.
Per quanto riguarda invece l’aspetto biogeochimico, il ruolo principale lo assume lo sterminio degli amerindi. All’arrivo degli europei nel continente, nel 1492, si stima che le Americhe ospitassero circa 52 milioni di persone, e che sia stato ucciso il 95 per cento degli abitanti; in generale, gli europei hanno provocato la scomparsa di circa il 10 per cento dell’intera popolazione mondiale, in un periodo di tempo che va dal 1493 al 1650. Le armi più potenti utilizzate più o meno inconsapevolmente dai colonizzatori sono state le malattie. Gli amerindi erano rimasti isolati degli altri esseri umani abitanti dell’Asia e dell’Europa per circa 12 mila anni; lo storico contatto li ha trovati completamente impreparati da un punto di vista immunitario, di fronte al virus del vaiolo o anche di una semplice influenza (la situazione andò poi ad aggravarsi quando, non avendo più manodopera da utilizzare, gli europei traghettarono un numero enorme di africani nel continente, assommando alle malattie europee quelle africane come malaria e febbre gialla).
La triste dissoluzione degli imperi azteco e inca avvenne in una manciata di decadi; un patrimonio enorme, di quelli che probabilmente rappresentavano gli imperi più prosperi del pianeta, completamente dissipato per pura sete di dominio. Ma la morte di circa 70 milioni di persone ha significato anche il collasso del sistema agricolo di un intero continente. In un certo senso si è trattato di un esperimento naturale, un test che ci ha fatto comprendere cosa può succedere al sistema terrestre nel caso in cui un solo impatto umano della durata di migliaia di anni si arrestasse di colpo.
Ora, se sono morte 70 milioni di persone, e ognuna di loro necessitava in media, per nutrirsi, di circa 1,3 ettari di terra coltivata, ciò significa che vennero abbandonati un totale di 65 milioni di ettari di terreni agricoli, che fecero presto spazio a nuova foresta. Se consideriamo che in media una foresta stocca circa 100 tonnellate di carbonio ogni ettaro, la trasformazione territoriale avrà rimosso 6,5 miliardi di tonnellate di carbonio dall’atmosfera. Una previsione ancor più realistica di 200 tonnellate di carbonio per ettaro raddoppierebbe la cifra a 13 miliardi di tonnellate rimosse dall’atmosfera. Inoltre, una foresta comincia a prendere il sopravvento di un terreno abbandonato nel giro di una cinquantina d’anni; si può quindi ipotizzare un picco di risucchio di carbonio dall’atmosfera intorno al 1550; il processo avrebbe rallentato o si sarebbe fermato verso il 1650, anche considerando l’aumento della popolazione in altre parti del mondo. I rilevamenti geologici mostrano chiaramente questo periodo di diminuzione di carbonio, e gli isotopi del carbonio confermano che il sequestro sia avvenuto dalle terre e non dagli oceani. Si parla di una diminuzione di circa 6 parti per milione di diossido di carbonio nell’atmosfera, tale da portare a un raffreddamento globale dal 1594 al 1677, con oltre 500 prove rivelate da ghiacciai, sedimenti lacustri, stalattiti e stalagmiti, che insieme ad altri fattori ha portato alla cosiddetta “Piccola era glaciale”.
Questo abbassamento delle temperature ha di conseguenza portato a crisi dell’agricoltura e scarsità di cibo diffusa, che con molta probabilità ha portato a proteste di vario tipo che sono poi sfociate in conflitti.
È la teoria dello storico Geoffrey Parker, che aveva notato che i conflitti nel mondo erano passati dai 732 nel sedicesimo secolo a 5.193 nel secolo successivo. Tra questi conflitti, la Guerra dei trent’anni, la più grande ribellione contadina mai vista nel Giappone moderno, la guerra civile inglese, la fine della dinastia Ming. In termini di sistema-Terra, la piccola era glaciale rappresenta l’ultimo momento di raffreddamento globale prima del surriscaldamento di lungo termine dell’attuale super-interglaciale. Se si prendono in considerazione tali elementi bisognerebbe anche dire addio all’Olocene: una definizione formale dell’Antropocene porterebbe l’Olocene a ridimensionarsi a un’altra fase interglaciale della durata di 11.310 anni (ossia fino al 1610).
E non è tutto. Oltre ai loro simili, gli europei entrarono in contatto anche con numerose specie animali e vegetali del tutto sconosciute al vecchio continente, che ovviamente furono trasportate sull’oceano e diffuse nelle proprie patrie. È il fenomeno che Alfred Crosby negli anni Settanta ha chiamato “lo scambio colombiano”, in un certo senso la prima vera globalizzazione della storia dell’umanità. Mais, patate e pomodori fecero la loro apparizione sulle tavole degli europei, omogeneizzando l’intero biota terrestre, e con esso anche diete, agricoltura e allevamenti. Uno stravolgimento epocale che ha presto portato alla perdita della diversità genetica, trascinando la Terra in una nuova traiettoria evolutiva. L’omogeneizzazione rende inoltre impossibile l’identificazione di estinzioni e localizzazioni delle varie specie, dato che i riferimenti geologici risultano uguali in ogni parte del pianeta.
La piccola era glaciale e lo scambio colombiano rappresentano due eventi di trasformazione naturale di enorme impatto, entrambi avvenuti nello stesso periodo, ed entrambi in maniera più o meno diretta hanno segnato l’inizio delle evoluzioni ecologiche e sociali in cui viviamo oggi. In questo senso, il 1610 viene interpretato come possibile data di inizio dell’Antropocene, il momento in cui in maniera dirompente la storia dell’uomo si intreccia con quella della Terra. Non solo, la stessa data indica pure l’inizio di un nuovo “stile di vita” dell’uomo, costruito sulla schiavitù e sul colonialismo, sul feticcio del profitto e della finanza. In questo senso, l’Antropocene è una storia di dominazione e di resistenza a quella dominazione, di come gli esseri umani hanno deciso di trattare l’ambiente e di come trattano i propri simili. È la storia di classi dominanti e popolazioni dominate, di imposizioni e ruberie, di condizionamenti e interessi di parte. Insomma, per molti aspetti, l’Antropocene è la storia della miseria umana.
Va inoltre sottolineato che le principali resistenze all’ufficializzazione formale dell’Antropocene risiedono tutte in un alveo politico. Ridefinire una fase geologica in corso comporta in primis la capacità di porsi in un continuum temporale che è troppo lungo per chiunque prenderà la decisione. Nel caso specifico, affermare che l’era in cui viviamo è ufficialmente “un’era dominata e determinata dall’uomo” ci costringe a rimodulare l’idea che abbiamo di noi stessi, ma soprattutto sottende responsabilità che sono principalmente politiche. Porterebbe in sostanza a identificare un “colpevole” (astratto, magari, come il sistema economico che l’uomo ha creato) che potrebbe essere chiamato a risponderne. Un dibattito in corso in effetti esiste, ma al momento è intrappolato nelle maglie dell’unanimità impossibile, tra teorie “impossibili da smentire” e qualche primadonnismo nemmeno tanto celato, in un calderone di reticenze in pieno stile Rashomon.
Di contro, l’Antropocene ci ha portato a un’evoluzione tale da essere diventati noi stessi una nuova forza della natura. Una sorta di Homo deus, capace di decidere cosa resta in vita e cosa no, con un potere tale da renderci capaci di mitigare i nostri stessi disastri. Una sfida cruciale dei nostri tempi è quella di comprendere cosa fare di tutto questo immenso potere: lo impiegheremo a favore di una nuova transizione, una nuova forma di società, magari con minori impatti ambientali e migliori modelli di vita? O faremo come i batteri nella piastra di Petri, che si moltiplicano finché avranno consumato tutte le risorse disponibili e arrivare prossimi alla morte, al collasso dell’intera civiltà umana?
I tipi di società umana che si sono succeduti dalla nostra comparsa sulla Terra, dall’uomo-cacciatore all’uomo-agricoltore fino ad arrivare all’uomo-economico, hanno sempre differito enormemente tra loro; la speranza è che la prossima organizzazione sociale differisca anch’essa, enormemente e radicalmente, da quella attuale.

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