Main basse sur la ville
Foto: Scena tratta da “Le mani sulla città” (1963) di Franco Rosi // Wikipedia Commons

A mani basse sui territori

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Il fenomeno del consumo di suolo e territorio è una piaga che ha assunto particolare incidenza nei decenni scorsi, iniziando con la classica speculazione edilizia che divorava le campagne, allargando a macchia d’olio le periferie cittadine, con l’incunearsi di arterie stradali.

Lo spaccato raccontato in “Le mani sulla città”, memorabile opera cinematografica del regista Franco Rosi, appare oggi amaramente emblematico, facendo le debite proporzioni peggiorative. A dispetto del periodo di produzione – siamo nel 1963 – non può dirsi consegnato alla storia.
In una scena, simbolica e significativa, il concetto di speculazione viene abilmente comunicato in poco più di un minuto, pur circoscritto all’ambito edilizio.
Andando indietro di qualche anno, giornalisti, intellettuali ed ambientalisti dello spessore di Antonio Cederna, si sono strenuamente battuti per la difesa territoriale, restituendoci una dinamica contemporanea decisamente più compromessa. E per questo meritevole di attenzione e rinnovate battaglie a vantaggio di ciò che resta del territorio e degli interessi collettivi sottesi o, almeno, per rispetto delle future generazioni.
Gli interessi edilizi erano alla base della principale forma di speculazione territoriale: ricorderemo gli anni dal Cinquanta al Settanta per le lottizzazioni costiere, per i sacchi edilizi di molte città, per lo sventramento dei centri storici e dei villaggi turistici in montagna. Il concetto era semplice: trasformare in edificabile il suolo agricolo attraverso le varianti urbanistiche.
Oggi, per molti versi, sono bypassate anche queste misere limitazioni, attribuendo automaticamente all’autorizzazione dell’opera anche un titolo di variante allo strumento urbanistico vigente o considerandola aprioristicamente compatibile con aree tipizzate agricole, anche se si tratta di opifici, discariche o quant’altro, semplicemente agendo con normative di deroga.
Il risultato è dolorosamente percepibile: città e paesi sempre più ampi, in molte aree, arrivano a congiungersi; impianti energetici disseminati senza ritegno su vasta scala con contorno di opere annesse (elettrodotti, strade, sottostazioni elettriche); ragnatele di strade, autostrade e svincoli; comprensori industriali; discariche; centri commerciali e infrastrutture di ogni genere aggrediscono le campagne. Il territorio libero, quello che fa respirare lo sguardo, e l’anima, è sempre più assediato. È il consumo di territorio, e quindi di suolo, il bene non rinnovabile per eccellenza.
Il contrasto a questo fenomeno è stato sdoganato a fatica dall’ambientalismo. Una dinamica promossa con l’intoccabile ricatto occupazionale dell’edilizia prima e delle grandi opere poi, sempre più evidenziata da movimenti specifici di ambientalisti trasversali all’associazionismo (Stop al consumo di territorio e Salviamo il paesaggio) e studiata anche da esperti urbanisti e docenti universitari – come Paolo Pileri del Politecnico di Milano – nonché da autorità scientifiche come l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), che il 26 giugno 2017 ha presentato il suo ultimo rapporto.

I NUMERI DELL’ISPRA E LA PARCELLIZZAZIONE
Secondo l’Ispra, nel 2016, abbiamo totalizzato 23 mila chilometri quadrati di territorio consumato, pari al 7,6 per cento di territorio nazionale. In soli sei mesi – da novembre 2015 a maggio 2016 – sono stati divorati ben 5 mila ettari. L’equivalente di 200 mila nuove villette o 2500 chilometri di autostrada.
Ancor più la parcellizzazione, poi, nella dinamica di consumo di territorio, accresce di gran lunga l’impatto urbanistico: anche la contabilità di pochi ettari di territorio cementificato possono compromettere la compattezza e L’omogeneità di un comprensorio pure molto ampio ed esteso, determinando il cosiddetto sprawl urbanistico, vale a dire la polverizzazione urbanistica con tante strutture sparse sul territorio che diventa cosi sempre più frammentato.
Emblematiche sono molte aree della Pianura padana, così come quelle dell’entroterra partenopeo, ma anche tra Bari e Barletta, in Puglia, o a sud di Potenza, in Basilicata, o alcuni comprensori abruzzesi. Consumi di suolo poco percettibili, quindi, in valore assoluto, ma ugualmente devastanti sul piano territoriale. Con tale modalità, nell’ultimo decennio, si sono aggiunte le vergogne rinnovabili: piantagioni di pale eoliche, morbilli di centrali fotovoltaiche, centrali a biomasse.
Ironia della sorte, proprio le superfici delle brutture edilizie realizzate dopo gli anni Sessanta (e quindi prive di significato storico), in grado di accogliere innumerevoli impianti energetici, sono rimaste pressoché immacolate.
Un consumo di territorio disomogeneo, privo di seri criteri di una cauta pianificazione, con la dinamica puntiforme tipica di una metastasi.
Infine, nell’ambito del consumo di suolo va annoverato anche nel suo degrado, un fenomeno ancora meno percepibile e quindi più subdolo.

IL LABORATORIO PRIVILEGIATO DELLA RETE NATURA 2000
Il consumo di territorio non è solo un problema estetico paesaggistico. I servizi ecosistemici offerti dal suolo integro, soprattutto dal sottile strato superficiale formatosi nel tempo, sono incommensurabili. A cominciare dall’agricoltura e dalla resilienza agli eccessi meteoclimatici, fino allo stoccaggio del carbonio, alla protezione dall’erosione o alla impollinazione. Anche la biodiversità, la fauna selvatica, e le connessioni ecologiche sono compromesse, spingendo sempre più alla deriva molte specie su scala locale.
Un laboratorio privilegiato è costituito proprio dalla Rete Natura 2000: la rete di aree naturali o seminaturali di interesse comunitario che della connettività ecologica ne fa pensiero portante allo scopo di garantire la tutela della Biodiversità in un’ottica di rete.
Le conseguenze del consumo di suolo sono particolarmente gravi per le aree morfologicamente più vulnerabili, lungo la costa o in aree gravate da rischio idrogeologico, favorendo disastri da prime pagine di giornale.
È sempre l’Ispra a quantificare i costi dovuti alla perdita di servizi ecosistemici per effetto del consumo di suolo: tra il 2012 e il 2016 è calcolata una perdita compresa tra 630 e 910 milioni di euro all’anno. In ossequio agli studi prodotti sul tema, la perdita di suolo non solo implica la perdita di numerose funzioni, ma determina inevitabilmente la crescita di disfunzioni, come congestioni ed inquinamento.
La tutela complessiva del suolo diventa quindi emergenziale ma, soprattutto in Italia, deve fare i conti con la miseria politica che assilla il Paese. Non è un caso che proprio i ritmi italici di questo fenomeno siano tra i più frenetici a livello europeo, con circa 6 milioni di ettari di territorio aggrediti dal cemento.
Nel nostro Bel paese, le potenzialità di tutela del suolo dalla mala urbanistica sono affidate agli enti direttamente deputati al governo del territorio: Comuni, Regioni e Parchi. Si intuisce come la qualità della pubblica amministrazione di tali enti, a sua volta frutto della politica, si riverberi inevitabilmente sulla tutela del suolo che, tranne apprezzabili eccezioni, rimane del tutto potenziale e, in ogni caso, estremamente frammentaria e circoscritta. È quindi improcrastinabile un quadro normativo specifico e nazionale, magari europeo, per questo tema.

IL DISEGNO DI LEGGE CATANIA
Il cammino travagliato di un apposito disegno di legge in Parlamento non lascia ben sperare: una proposta già depotenziata, assolutamente discutibile e migliorabile, che non soddisfa le istanze degli ambientalisti ma che, tuttavia, avrebbe costituito un primo tassello per cominciare ad assoggettare al piano normativo il vertiginoso ritmo di consumo del suolo. Approvato alla Camera, il disegno di legge è parcheggiato da oltre un anno e mezzo per la trattazione al Senato.
Tale percorso appare quindi in stallo, mentre è recentemente emerso un binario parallelo – quello comunitario – che ha posto finalmente la sfida su un piano internazionale.
Nel 2006 venne prodotta la comunicazione “Strategia tematica per la protezione del suolo” dalla Commissione al Consiglio europeo nei confronti del Parlamento europeo, del Comitato economico e sociale europeo e del Comitato delle Regioni.
Nella definizione di suolo, come risorsa sostanzialmente non rinnovabile, la Commissione ne identificava molteplici e vitali funzioni, concludendo che “per l’importanza che rivestono sotto il profilo socioeconomico e ambientale, tutte queste funzioni devono essere pertanto tutelate”.
Ancora una volta la tutela del suolo e del territorio, in genere, viene estratta dai capricci ambientalisti, viene posta come necessità vitale.

LA CAMPAGNA “PEOPLE4SOIL”
Recentemente, una compagine di organizzazioni non governative europee ha sostenuto una petizione per stimolare la emanazione di una direttiva comunitaria in materia di tutela del suolo e per il suo riconoscimento come bene comune.
La campagna “People4soil” è stata posta nell’ambito di una “European Citizens Iniziative”, formula di petizione prevista dalla Comunità europea proprio per promuovere iniziative normative dal basso nei confronti della Ue, con un quorum che prevede a livello europeo un milione di firme. Terminata a metà settembre scorso, la petizione ha consuntivato purtroppo 212 mila firme. Determinante sembra essere stata l’inerzia di Paesi come la Germania.
Tuttavia, in Italia, oltre 82 mila firme, a fronte di un quorum di quasi 55 mila, lasciano sperare in una crescita di sensibilità sul tema e così questo risultato è stato posto simbolicamente anche all’attenzione del presidente del Senato, Pietro Grasso, per invocare una rivalutazione dell’iter del decreto di legge al Senato, con l’auspicio di consistenti migliorie da apportare, in piena campagna elettorale e con l’incognita di un nuovo governo.
Cosa succederà nel prossimo futuro? Cosa farà il governo che verrà? Non è più il tempo di studi e riflessioni, la questione è oggettivamente riconosciuta. Occorre far presto, rallentare subito l’espansione cancerogena del consumo e del degrado di suolo nella speranza di bloccarlo. Definitivamente.

SPUNTI DI RIFLESSIONE
Tanti ricorderanno la spensieratezza infantile, quando il decorso dei secondi era associato a giochi elementari. Ben più consapevolmente, oggi, dobbiamo fare i conti con un male territoriale estremamente invasivo, associato proprio al ritmo del tempo.
8 mq al secondo” è il libro di Domenico Finiguerra, un sindaco rivoluzionario che, alcuni anni fa, guidava il Comune di Cassinetta di Lugagnano, in provincia di Milano, all’insegna di un Piano regolatore rispettoso dell’urbanistica, al punto tale da bloccare il consumo di territorio, calcolato in Italia – per l’appunto – in 8 metro quadrati al secondo. Domenico Finiguerra è rimasto uno dei riferimenti nazionali nella battaglia per la tutela del suolo con i suoi incontri pubblici di sensibilizzazione al tema, all’insegna del “dopo i campi di sterminio, lo sterminio dei campi”, mutuato dal poeta Zanzotto, conseguendo diversi riconoscimenti pubblici.

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