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Sentenza Resit, il processo di Roberto Mancini

in Rifiuti connection di

Mille chilometri quadrati e cinquantasette comuni coinvolti. Questi i confini della Terra dei fuochi, teatro di un terribile crimine contro l’umanità perpetuo, che quotidianamente avvelena e uccide. Il processo Resit e altre indagini restituiscono la fotografia di un sistema malavitoso ben collaudato.

I numeri non bastano a definire quel che sta accadendo da decenni. Inquinamento ambientale e morti di tumore. Tra questi Roberto Mancini, il poliziotto morto il 30 aprile 2014, a 12 anni dalla diagnosi di linfoma non-Hodgkin contratto per il ripetuto contatto ravvicinato con i rifiuti tossici e radioattivi della Terra dei fuochi. La storia di Mancini ha inizio nel 1996. Le sue indagini, prima di finire nel limbo, confluirono in una dettagliatissima informativa alla Direzione distrettuale antimafia, poi ripresa dal giudice Alessandro Militia che ritrovò i suoi fascicoli proseguendone il lavoro ed approdando al processo Resit – dal nome di una discarica di proprietà dell’avvocato Cipriano Chianese – che si è concluso in primo grado lo scorso 15 luglio.
Oltre a Chianese (condannato a 20 anni, l’accusa ne aveva chiesto 30), tra gli imputati sono comparsi Gaetano Cerci (condannato a 16 anni), considerato dalle cronache vicino alla P2 (ne fa riferimento anche Carmine Schiavone) e Giulio Facchi (condannato a 5 anni e 6 mesi), ex sub-commissario per l’emergenza rifiuti nel periodo 2000-2004.

UNO SNODO FONDAMENTALE NELLA STORIA D’ITALIA
Resit non ha catturato particolarmente l’attenzione delle cronache nazionali. È, invece, un processo che rappresenta uno snodo fondamentale nella storia italiana. Per la prima volta una sentenza (anzi due, perché già nel 2013 il boss Francesco Bidognetti era stato condannato a 20 anni per inquinamento delle acque e disastro ambientale aggravato) vede al centro lo sversamento di rifiuti da parte dei Casalesi nella Terra dei fuochi. I media che hanno riportato la notizia abbondavano di titoli sulla condanna al “Re delle ecomafie”, “all’inventore delle ecomafie”. Ma la ricerca di verità e giustizia per il biocidio, ovviamente, non finisce con questa sentenza.
Così come tanta luce è ancora da accendere su personaggi, connivenze, trame, responsabilità. Il fotogiornalista Nicola Baldieri – co-autore de “Il volto di Gomorra”, premio “Giancarlo Siani” 2011 e International Siani Reportage Prize 2013 e, da qualche mese, consulente della III Commissione Speciale bonifiche, ecomafie e Terra dei fuochi della Regione Campania – in un’intervista ha dichiarato che la sentenza Resit “farà la storia, ma sicuramente non giustizia” definendola “una vera e propria beffa” che non ha fatto “piena luce sui veri responsabili dell’avvelenamento della nostra terra”. Ma Baldieri nell’intervista va oltre, focalizzando l’attenzione su uno dei punti meno illuminati e più importanti di tutto il sistema. “Chianese è solo la punta finale di un sistema molto più grande e ramificato. La camorra è entrata nell’affare rifiuti molto dopo rispetto all’imprenditoria criminale ed allo Stato”, dichiara il fotogiornalista, accusando la “commistione tra pezzi dello Stato, compresi servizi segreti, imprenditoria criminale e camorra.”

IO MORTO PER DOVERE
La biografia e la ricostruzione della storia delle indagini di Roberto Mancini è stata pubblicata in un libro uscito pochi mesi fa, “Io morto per dovere”, di Nello Trocchia e Luca Ferrari con la collaborazione della vedova Monika Dobrowolska. I due giornalisti denunciano che “non sarebbe esistita una immonda e sconcia storia criminale e camorristica senza l’appoggio di importanti figure della borghesia affaristica” e che mancano “i nomi dei principali responsabili, dei complici, dei politici, degli infedeli servitori dello Stato, dei professionisti e degli imprenditori”.

I CABLI DI WIKILEAKS
E non è questa l’unica testimonianza del peso avuto nel biocidio della Terra dei fuochi da servizi segreti e settori dello Stato. Walter Ganapini – nominato nel 2008 da Bassolino assessore all’ambiente della Regione Campania – secondo un cablo di Wikileaks, in un colloquio privato con esponenti di comitati civici ed associazioni ambientaliste, raccontò di aver subito due atti intimidatori (lo speronamento in auto nel modenese e l’aggressione notturna di quattro persone “a bordo di due moto con il volto coperto da caschi integrali” in piazza del Gesù a Napoli), affermando che “gli avvertimenti li ho ricevuti, diciamo, rispetto al fatto che ho visto qualcosa che non dovevo vedere”, e alla discarica di “Parco Saurino 3”, in provincia di Caserta, “che sarebbe stata capace di accogliere tutti i rifiuti dell’emergenza campana” .Ganapini, raccontò ancora nel colloquio riportato da Wikileaks, ha negoziato su quella discarica con “il comandante […] il coordinatore dei servizi segreti” che gli disse “per due volte, urlando: si è esposta due volte la Presidenza della Repubblica”.

ADELPHI
Nell’informativa consegnata alla Direzione distrettuale antimafia, Roberto Mancini fa riferimento all’inchiesta “Adelphi” del 1993. Per la cronaca, Cipriano Chianese nel processo sarà assolto senza che la Procura abbia fatto appello, mentre per altre figure centrali i reati contestati furono dichiarati prescritti in appello.
In quell’inchiesta, per la prima volta, la Procura di Napoli cercò di ricostruire i contorni e le trame dello sversamento dei rifiuti in Campania. Le indagini posero l’attenzione sul connubio tra appartenenti a logge massoniche toscane, boss casalesi e imprenditori aversani. Le cronache riportano che il 4 febbraio 1991 un camionista si presentò ad una clinica di Castel Volturno accusando un vistoso calo della vista. Poco tempo divenne cieco. Aveva trasportato un carico di rifiuti tossici. Partì da lì l’inchiesta. Le prime testimonianze del boss Nunzio Perrella rappresentarono una svolta. Perrella disse agli inquirenti che i clan grazie a tangenti e al controllo esercitato sui territori scaricarono illegalmente “rilevantissime quantità di rifiuti”. Un quadro che appare simile a quanto dichiarato nel 2009 dall’allora Commissario straordinario all’emergenza rifiuti della Campania, Alessandro Pansa, alla Commissione parlamentare sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti. Pansa riportò alla Commissione che “per costruire una discarica abusiva, occorre una connivenza totale con la criminalità organizzata, che è il fattore legante e organizzativo. Ci vuole il coinvolgimento delle aziende (che forniscono i prodotti, soprattutto quando si tratta di discariche abusive di prodotti tossici), quindi degli imprenditori, di un sistema di autotrasporti, dei proprietari del terreno, di coloro che a quel terreno hanno accesso e anche di coloro che ne hanno visione. Le discariche abusive, infatti, sono attività che funzionano non per pochi giorni, bensì per tempi abbastanza lunghi. È evidente, quindi, che la disattenzione è totale. Sorgono in zone non facilmente assistibili, in zone agricole dove la presenza dei controlli da parte delle forze dell’ordine è molto limitata, poiché, come si sa, queste ultime essenzialmente sono concentrate nei centri urbani. Il sistema dei trasporti, però, doveva essere controllato, giacché comunque si parla di quantitativi notevoli e volumi enormi, che circolano sul territorio nazionale e sulle strade principali. Questi rifiuti percorrono praticamente tutto il territorio nazionale, in quanto la maggior parte dei prodotti veniva dal nord, come moltissime inchieste hanno accertato. Durante il viaggio, questi prodotti, in effetti, cambiavano natura dal punto di vista della documentazione: il meccanismo è sempre stato questo.”
Quest’ultimo è un meccanismo consolidato e documentato in molte inchieste non solo campane, che ha portato anche al cosiddetto giro di bolla. I rifiuti vengono fatti passare in un centro di stoccaggio nel quale vengono falsificate la bolla (così il centro ne diventa sulla carta il nuovo produttore, cancellando la vera origine del rifiuto) e la tipologia, declassificando il rifiuto da pericoloso a non pericoloso senza che ci sia stato alcun trattamento per diminuirne la tossicità. Nel 1998, ascoltato dalla Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, così lo descrive l’ex procuratore della Repubblica di Napoli, Agostino Cordova: “normalmente questi rifiuti vengono classificati, alla produzione, come rifiuti tossico-nocivi e affidati per lo smaltimento. Durante questo giro la qualificazione viene cambiata, e vengono classificati come rifiuti riutilizzabili. Quindi vanno a finire in vari posti, come cave quasi sempre abusive, sfruttate per l’estrazione della ghiaia e poi riempite di rifiuti; oppure, più semplicemente, vengono mescolati al terriccio ed interrati.”

CASSIOPEA
In Campania, l’inchiesta che più di tutte ha cercato di documentare questo sistema fraudolento fu Cassiopea, condotta dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, nel 2003, e su cui calò il sipario nel 2011 – in un processo che vide 95 imputati – soprattutto per intervenute prescrizioni. Le indagini coinvolsero un traffico di decine di viaggi settimanali che hanno portato in Campania rifiuti pericolosi da diverse regioni del Nord. Si andava dalle polveri da abbattimento dei fumi delle industrie siderurgiche e metallurgiche, alle ceneri da combustione di olio minerale, lubrificanti delle macchine, scarti delle vernici, ceneri residue da combustione, solventi, e le acque proveniente da stabilimenti di industrie chimiche e acidi. Appena arrivati in Campania venivano interrati in cave e campi. Un sistema con gli stessi meccanismi del processo Resit, così come riportò Roberto Mancini nell’informativa. Si offrivano addirittura soluzioni ai comuni della provincia di Roma che avevano difficoltà a smaltire anche solo i rifiuti domestici. E si arrivò ai rifiuti industriali e ad altre regioni. Nella discarica Resit tra il 1987 e il 1991 sarebbero state smaltite almeno 30.600 tonnellate di rifiuti provenienti dalla bonifica dell’Acna di Cengio, un’azienda savonese di coloranti.

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