Tindouf, manifestazione del popolo Saharawi del 26 ottobre 2020
Foto: Tindouf, manifestazione del 26 ottobre 2020 / © Hamudi Faraye

La frontiera simbolica del Sahara Occidentale

8 minuti di lettura

Cosa accadrebbe se il popolo Saharawi rinunciasse alla propria battaglia? Cosa rappresenterebbe la mancata celebrazione del processo democratico di cui pure la comunità internazionale si era fatta garante nell’ormai lontano 1991? Sarebbe una grave smentita di uno dei principi fondativi del sistema internazionale emerso dalla fine del secondo conflitto mondiale.

Quella del popolo Saharawi ha assunto, nel tempo, sempre più i contorni di una battaglia-simbolo della non rinunciabilità del diritto all’autodeterminazione dei popoli. In un certo senso, una trasposizione sul piano collettivo del riconoscimento dell’inviolabilità della dignità umana.
Nel 1975 la Spagna abbandonò le sue colonie dell’Africa nord-occidentale che ricomprendevano anche il Sahara Occidentale, l’anno successivo spartito tra Marocco e Mauritania. Se quest’ultima, nel 1979, rinunciò all’esercizio della propria sovranità sui territori acquisiti, il Marocco non ha mai riconosciuto le istanze del popolo del deserto. Anzi, tra il 1982 e il 1987, il governo di Rabat ha eretto un muro a difesa della porzione di Sahara Occidentale rimasta sotto il proprio controllo. Dopo anni di guerriglia, nel 1991 le Nazioni Unite sono riuscite a mediare la firma di una tregua tra il Marocco e il Fronte Polisario, riconosciuto dalla stessa organizzazione come legittimo rappresentante del popolo Saharawi. Il Fronte, che ha la sua base nel campo profughi algerino di Tindouf, ha quindi rinunciato alla lotta armata per una soluzione democratica della questione. La tregua, infatti, avrebbe dovuto preparare la celebrazione di un referendum per decidere lo statuto del Sahara Occidentale, dal 1963 nella lista Onu dei territori non autonomi.
Per vigilare sul rispetto del cessate-il-fuoco, nel 1991, il Consiglio di Sicurezza istituì la Minurso, Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale. Fu, inoltre, nominato un delegato personale del segretario delle Nazioni Unite, incaricato di sostenere una soluzione politica del conflitto. Soluzione mai raggiunta tanto che, nel 2004, si decise per la proroga della missione. Dal 2001, inoltre, il Marocco ha avviato la realizzazione di una strada asfaltata per il collegamento dei territori occupati alla Mauritania. La via attraversa la zona cuscinetto di Guerguerat. Un’azione considerata illegittima dal popolo Saharawi, che ha visto fino a oggi disattesi gli impegni assunti dalla comunità internazionale. Proprio intorno al valico di Guerguerat, alla metà di ottobre, si sono accese nuove proteste, con il blocco alla circolazione di mezzi pesanti marocchini da e verso la Mauritania. Un’azione alla quale il Paese nordafricano ha risposto schierando propri uomini lungo il confine: una successione di eventi che ha segnato la fine del cessate il fuoco e la ripresa delle ostilità.
Tutto questo, al termine di un’attesa lunga trent’anni. Decenni nel corso dei quali il popolo Saharawi, connotato da una forte identità e da un ancor più profondo attaccamento alla propria terra, ha lavorato per arrivare pronto a un appuntamento mancato. La costruzione dello stato indipendente, che dovrebbe sancire il compimento dell’esperienza dell’attuale Repubblica Autonoma Saharawi Democratica (Rasd), si è fondata su due capisaldi di quello che in Europa chiameremmo il welfare state: l’istruzione e la salute. Due baluardi politici che hanno il loro emblema nell’ospedale con cinque reparti e una scuola da 25 aule intorno ai quali si è sviluppata quella che si candida a essere la capitale del futuro Stato: Tifariti.
Un processo di pacificazione sostenuto dalla solidarietà internazionale, attraverso progetti di inclusione e formazione, come quelli sostenuti dall’Emilia-Romagna (una linea istituzionale peculiare, se si considera il mancato riconoscimento della Rasd da parte dell’Italia, e che ben esemplifica il paradosso di questa situazione) o quelli realizzati dal Centro Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli. Obiettivo: indicare alle generazioni del cessate-il-fuoco un orizzonte alternativo a quello della violenza armata. Un orizzonte che, oggi, si è fatto più labile.

UNA NUOVA GENERAZIONE
Oggi sono proprio i figli di quella generazione a essere tornati al fronte, insieme ai loro padri, mossi da uno spirito di rivalsa, acceso dalla pericolosa benzina della frustrazione. Chi ha vissuto la realtà dei territori liberati, racconta che un giovane Saharawi non ha mai conosciuto la libertà. È cresciuto nella cattività di un’attesa senza fine, segnata dalla sensazione avvilente di aver solo perso tempo. Di aver lasciato anni e anni preziosi scivolare via invano. Chi ha operato nei campi profughi e nei territori liberati racconta l’amarezza di venti anni di lavoro per la pace, messi in pericolo dall’ignavia di una comunità internazionale dove il conflitto tra diritti e interessi economici è alla base di un dualismo irrisolto. Il controllo dei giacimenti di fosfato e delle vie di collegamento all’Africa sahariana e subsahariana, insieme all’accesso alle zone di pesca, sono alla base delle politiche irriducibili del Marocco. Gli interessi commerciali che legano questo Paese all’Europa allontanano la soluzione diplomatica di un conflitto che rischia di trasformarsi in una delle tante cancrene violente che deturpano la faccia della terra.
Chi ha conosciuto e conosce i territori liberati racconta, però, che pure in tanta amarezza, il popolo Saharawi cerca di preservare il futuro. Al fronte sono tornati tutti, salvo medici e insegnanti. Perché bisogna garantire la salute di tutti e l’educazione dei più piccoli. Malgrado il dramma della guerra che ha respinto nuovamente un intero popolo nella precaria condizione dei campi profughi.
È evidente che nel Sahara Occidentale si sta consumando uno scontro intorno a una certa idea di mondo. Da un lato, il mondo ideale raccontato dal diritto internazionale, che tutela la pace e la dignità dei popoli. Dall’altro, l’immobilismo degli interessi e delle strategie della real politik.
Attraverso la voce di protagonisti diretti e indiretti di questo scontro, cercheremo di raccontare un territorio che marca una delle tante frontiere entro cui sono racchiusi capitoli dimenticati del nostro passato. Vicende che proiettano una luce opaca di contraddizioni sul presente. Storie che rischiano di trasformarsi nella certificazione del fallimento di enunciazioni di principio, poste a fondamento della nostra contemporaneità. Presupposto di un altro mondo possibile se solo le volontà politiche si consolidassero nell’intenzione di volerlo edificare. Tutelando i popoli e i loro diritti, prima e più ancora dei capitali e dei loro detentori.

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