Piattaforma petrolifera, Giornale della Vela

Il Coordinamento nazionale No Triv: «Continuità rispetto ai Governi Monti e Renzi»

Il decreto ministeriale 15 febbraio 2019, con cui sono state approvate le “Linee guida nazionali per la dismissione mineraria delle piattaforme per la coltivazione di idrocarburi in mare e delle infrastrutture connesse”, prevede che i titolari di concessioni debbano comunicare entro il 31 marzo di ogni anno al ministero dello Sviluppo economico l’elenco delle piattaforme in dismissione e che lo stesso ministero, acquisiti i pareri del ministero dell’Ambiente e del ministero dei Beni e delle Attività Culturali, debba pubblicare entro il 30 giugno di ogni anno l’elenco delle piattaforme in dismissione e, in particolar modo, quelle che possono essere riutilizzate. Ad oggi, come noto, l’elenco non è stato reso pubblico.
Dopo la pubblicazione di un primo elenco ufficioso, partorito sul finire dello scorso anno e frutto di un iniziale accordo tra ministero dello Sviluppo economico ed Assomineraria, si registra una forte attesa anche rispetto agli impianti che accederanno alla possibilità di usi alternativi allo smantellamento; ad esempio, a progetti di riconversione, depositi per mini gassificatori, impianti di produzione di energia elettrica attraverso lo sfruttamento del moto ondoso. Non stiamo scrivendo di ipotesi fantasiose.
Un importante progetto di riconversione in mini gassificatori, il cui gas potrebbe raggiungere terra sfruttando le condotte esistenti, è già stato presentato al pubblico da un’importante azienda di Ravenna.
Quanto allo sfruttamento del mondo ondoso per produrre energia elettrica, un primo impianto pilota, denominato Kobold 1 è già operativo dal 2001 di fronte a Ganzirri (Messina).
Chi ci guadagna dal tardivo od omesso smantellamento delle piattaforme o dalla loro riconversione?
Evidentemente Eni ed Edison, visto che entrambe non saranno più costrette a coprire i costi di smantellamento e di bonifica dei siti, che l’ingegnere Nanni del Roca (Ravenna offshore contractors association) ha stimato tra i 15 ed 30 milioni di dollari per singola struttura.
Che quello del decommissioning sia questione tombale per le compagnie Oil&Gas lo si comprende bene dopo aver preso atto del fatto che dagli anni Sessanta fino ad oggi nei mari dell’Italia sono state installate 188 strutture a mare. Solo 49 di queste sono già state dismesse e smantellate tra gli anni Ottanta e Novanta.
Considerato che la vita media delle piattaforme offshore oscilla tra i 10 e i 30 anni e che, di norma, il tempo che trascorre dalla cessazione della produzione alla fine della rimozione è stimato tra i 10 e 15 anni, è evidente che gran parte del parco installato sta giungendo a fine corsa ed è noto che le operazioni di ripristino determinano ingenti oneri sia in termini economici che operativi per la ditte proprietarie delle struttura e concessionarie dell’area.
Ipotizzando che da qui ai prossimi anni si debbano smantellare 139 piattaforme (di cui 72 sono di Eni) e che per ciascuna di esse occorra stanziare 30 milioni di dollari, potremmo determinare in circa 420 milioni di dollari il conto salatissimo che le compagnie dovrebbero pagare.
La possibilità data dal Governo, con le Linee Guida, alle compagnie Oil&Gas di riconvertirle in altro, non ha nulla da invidiare a quanto fatto da Renzi che in Legge di Stabilità 2016 volle a tutti i costi introdurre, per le piattaforme entro le 12 miglia (in gran parte di Eni e di Edison) una norma sulla vita utile del giacimento.
Questa norma ha messo le compagnie titolari di concessioni nella condizione di modificare ed ampliare il programma di lavori per estrarre tutto quel che è possibile estrarre fino ad esaurimento del giacimento (e non, come, previsto prima, fino al termine della concessione): provvedimento che è secondo solo a quello congegnato dal Governo Monti per garantire la proroga automatica delle concessioni, che anche l’attuale Governo non ha voluto in alcun modo cancellare, pur avendone avuto la possibilità, con la legge n.12/2019.
E adesso c’è da scommettere che ai mancati costi da decommissioning si aggiungeranno in legge di Stabilità i costi sociali della “riconversione”. Verrebbe da dire: “Game over”.

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