La Val d'Agri e il lago del Pertusillo, Pietro Dommarco
Foto: La Val d’Agri e il lago del Pertusillo // Pietro Dommarco

Rapporto Svimez. La Grande Depressione

in Racconti fossili di

Il Rapporto Svimez – presentato il 28 ottobre 2014 a Roma – ci trasmette una fotografia drammatica del Sud Italia. E certamente non rosea per il resto del Paese. Tra le regioni con il segno rosso, spicca – per alcuni parametri – la Basilicata del petrolio. Un vero e proprio paradosso. A dimostrazione che il giacimento di greggio in terraferma più grande d’Europa non fa rima con sviluppo, ma con sottosviluppo e povertà. Sociale ed ambientale.

Secondo l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno sono due le principali emergenze che meriterebbero ulteriori approfondimenti: da una parte quella sociale con il crollo occupazionale e, dall’altra, quella produttiva con il rischio di desertificazione industriale, che caratterizzano ormai per il sesto anno consecutivo il Mezzogiorno. Per il Sud è “la peggior crisi economica del dopoguerra” che “rischia di essere sempre più paragonabile alla Grande Depressione del 1929”. Uno stillicidio progressivo.

NEL 2013 OCCUPATI AL SUD COME NEL 1977
Il Mezzogiorno tra il 2008 ed il 2013 registra una caduta dell’occupazione del 9 per cento, a fronte del -2,4 per cento del Centro-Nord. Delle 985 mila persone che in Italia hanno perso il posto di lavoro, ben 583 mila sono residenti nel Mezzogiorno. Nel Sud, dunque, pur essendo presente appena il 26 per cento degli occupati italiani si concentra il 60 per cento delle perdite determinate dalla crisi. In calo soprattutto l’occupazione giovanile: al Sud nel 2013 fra gli under 34 flette del 12 per cento, contro il -6,9 per cento del Centro-Nord. Nel solo 2013 sono andati persi 478 mila posti di lavoro in Italia, di cui 282 mila al Sud. La nuova flessione riporta il numero degli occupati del Sud per la prima volta nella storia a 5,8 milioni, sotto la soglia simbolica dei 6 milioni; il livello più basso almeno dal 1977, anno da cui sono disponibili le serie storiche basi di dati. E se negli anni Settanta il tasso di occupazione al Sud era del 49 per cento, sceso nel 2013 al 42 per cento, al Centro-Nord le cose sono andate decisamente diversamente: dal 56 per cento degli anni settanta il tasso di occupazione nel 2013 arriva a sfiorare il 63 per cento. Sia il 42 per cento del Mezzogiorno che il 63 per cento del Centro-Nord sono però tassi di occupazione decisamente lontani dal target del 75 per cento di Europa 2020.

DISOCCUPATI DI LUNGA DURATA, IMPLICITI E NON
Nel 2013 a livello nazionale i disoccupati espliciti crescono di 369 mila unità e il tasso di disoccupazione registrato ufficialmente è stato del 19,7 per cento. In aumento anche la durata della disoccupazione: nel 2013 al Sud il 63% dei disoccupati si trova in questa situazione da più di un anno. Nel Centro-Nord la perdita di posti di lavoro tende a trasformarsi quasi interamente in ricerca di nuovi posti di lavoro; nel Mezzogiorno solo in minima parte diventa effettivamente ricerca di nuova occupazione.

IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE CORRETTO: AL SUD DAL 19,7 AL 31,5 PER CENTO
Il tasso di disoccupazione ufficiale rileva però una realtà in parte alterata. La zona grigia del mercato del lavoro continua ad ampliarsi per effetto in particolare dei disoccupati impliciti, di coloro cioè che non hanno effettuato azioni di ricerca nei sei mesi precedenti l’indagine. Considerando questa componente, il tasso di disoccupazione effettivo nel Centro-Nord sfonderebbe la soglia del 13 per cento (ufficiale: 9,1 per cento) e al Sud passerebbe dal 19,7 per cento al 31,5 per cento.
In poche parole, come cerca di sintetizzare lo Svimez, il Mezzogiorno d’Italia è “sempre più a rischio desertificazione “umana e industriale, dove si continua a emigrare (116 mila abitanti nel solo 2013), non fare figli (continuano nel 2013 a esserci più morti che nati), impoverirsi (+40 per cento di famiglie povere nell’ultimo anno) perché manca il lavoro (al Sud perso l’80 per cento dei posti di lavoro nazionali tra il primo trimestre del 2013 e del 2014); l’industria continua a soffrire di più (-53 per cento gli investimenti in cinque anni di crisi, -20 per cento gli addetti); i consumi delle famiglie crollano di quasi il 13 per cento in cinque anni; gli occupati arrivano a 5,8 milioni, il valore più basso dal 1977 e la disoccupazione corretta sarebbe del 31,5 per cento invece che il 19,7 per cento.

E LA BASILICATA DEL PETROLIO?
La regione dove il decreto Sblocca Italia, secondo il governo Renzi ed il governo regionale – a fronte di un aumento delle attività estrattive – dovrebbe portare occupazione ed importanti investimenti la situazione è tra le peggiori. Con un -6,1 per cento di riduzione del Pil la Basilicata è addirittura fanalino di coda nazionale. Un quadro desolante, in un contesto che vede tutte le regioni italiane, a eccezione del Trentino Alto Adige (+1,3 per cento) e della stazionaria Toscana (0 per cento) registrare cali significativi. Se si esamina il dato cumulato dei sei anni di crisi, dal 2008 al 2013, la riduzione del Prodotto interno lordo risulta per quasi tutte le regioni meridionali di entità assai forte: da oltre il -16 per cento di Basilicata e Molise ad un minimo del -13 per cento in Campania e Sardegna. Non va meglio per quanto riguarda la povertà di individui e famiglie. Nel 2012 il 57 per cento delle famiglie meridionali è monoreddito, con punte del 59 per cento in Campania e del 63,3 per cento in Sicilia. Il 16,4 per cento delle famiglie (con punte del 19,8 per cento in Basilicata) ha un disoccupato in casa, il doppio del Centro-Nord (8,6 per cento).
Il 14,7 per cento delle famiglie meridionali ha inoltre tre o più familiari a carico, più del doppio del Centro-Nord (5,9 per cento), che arrivano in Campania al 19,8 per cento. Non va meglio dal punto di vista dell’emigrazione. Nel 2013 si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord circa 116 mila abitanti. Non emigrano solo giovanissimi. Nel 2000 solo il 32 per cento degli emigrati aveva tra i 30 e i 49 anni, nel 2012 la quota è arrivata al 42 per cento, per effetto soprattutto della maggiore scolarizzazione.
I laureati non costituiscono la maggioranza dei migranti, ma sono la sezione che cresce di più, da 17 mila del 2007 a 26 mila del 2012, +50 per cento in cinque anni, un numero impressionante, se si pensa che l’area sforna tutto sommato meno laureati del Centro-Nord.
A livello regionale, è il Molise a perdere più laureati, essendo tali 1 migrante su 3 in regione. Se anche nelle altre regioni meridionali la percentuale di laureati sul totale dei migranti supera il 20 per cento, tolto il Molise, si segnala quote importanti in Basilicata (29 per cento), Abruzzo (28,7 per cento), Puglia (27,6 per cento).

Giornalista, direttore del periodico Terre di frontiera. Reporter per la Terra 2016 e Premio internazionale all'impegno sociale 2015 Livatino-Saetta-Costa. About me

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