Questo doveva essere un editoriale di ringraziamenti e soprattutto di congedi. Perché la nostra esperienza editoriale ha rischiato di interrompersi definitivamente.
Nelle ultime settimane, invece, questo editoriale si è trasformato in un invito a non disperdere il lavoro che Terre di frontiera ha svolto negli ultimi tre anni. Un invito che non è arrivato da me, ma da qualche amico. Pertanto non siamo di fronte ad un manifesto da cui ripartire. Non è altresì uno strumento di difesa del diritto di libera informazione (le battaglie radical chic le lascio volentieri ai colleghi in cattedra) o la richiesta di sostegno. È forse la consapevolezza di poter ancora fare qualcosa. Con tutti i nostri limiti, la nostra inesperienza, il nostro essere tanto piccoli quanto a termine. Ma tutto questo senza compromessi, né con gli altri né con noi stessi.
Terre di frontiera è nato ed è destinato ad alimentarsi e prendere forma lontano dai condizionamenti politici che rendono le notizie pubblicabili o non pubblicabili. Come per le inchieste – quelle che ai giornalisti mainstream piace ancora chiamare così – che rispondono sempre di più alle regole della notorietà e non alla deontologia professionale.
Collaborare per Terre di frontiera significa quindi sposare un’idea. Che è diversa dall’idea che circola nelle redazioni blasonate. È una sfida che anche i lettori dovrebbero raccogliere. Una sfida che in questi tre anni non siamo sempre riusciti a cogliere, andando oltre un’idea collettiva, oltre la condivisione, la crescita e la costruzione di un laboratorio permanente. In alcuni frangenti ha preso piede invece l’opportunismo.
Ho sempre pensato, stupidamente, che Terre di frontiera potesse vivere senza di me. È quello che avrei voluto e che vorrei per il futuro.
Oggi ricominciare daccapo significa essere folli. E lo siamo abbastanza, tanto da spingerci ad investire ancora (in primis tempo ed energie) in un settore palesemente in crisi che propone manovalanza sottopagata e sfruttata, la chimera del contratto giornalistico (che tutti noi abbiamo desiderato) e la rincorsa a presidiare solo i grandi temi, sempre nel momento più opportuno, che restituiranno visibilità per soli quindici minuti.
Ora abbiamo di fronte un piano editoriale da sviluppare. Forse l’ultimo. Questo dipenderà da noi e da chi vorrà darci una mano facendo suo il nostro invito. Molto dipenderà anche da quei comitati e da quelle associazioni che vedranno in Terre di frontiera un loro spazio. È l’ultima chiamata. È l’ultima opportunità. Almeno per me.

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