Maurizio Bolognetti
Foto: Maurizio Bolognetti // Archivio Tdf

Quando il vero reato è tacere e non far tacere

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Quella che segue è una storia da raccontare senza filtri e sulla quale è necessario non far cadere il silenzio. È una storia ambientata in Val Basento, l’area centro-orientale della Basilicata in cui l’omertà e, proprio, il silenzio hanno coperto uno dei peggiori avvelenamenti ai danni dell’ambiente e delle comunità locali, nella storia dei Siti d’interesse nazionale (Sin).
Una pagina nera del nostro Paese, scritta da aziende e multinazionali senza scrupoli, con la compiacenza delle istituzioni, a tutti i livelli, in nome di un’industrializzazione e di uno sviluppo che si sono rivelate, negli anni a venire, un macigno economico e sanitario.
Il 28 e il 29 ottobre scorso, l’amico Maurizio Bolognetti – con cui ho condiviso in passato diverse battaglie e con cui ho, periodicamente, animate discussioni e punti di vista spesso differenti – si reca a Ferrandina, in provincia di Matera, nei pressi della cosiddetta «area diaframmata», ricadente nel Sin Val Basento. L’area diaframmata, così chiamata perché un muro la separa dal fiume Basento, dal 1999 è gestita dalla Syndial, si estende su 12 ettari ed ospita i terreni derivanti dalla bonifica dell’area ex Liquichimica di Ferrandina. Un tombamento a cielo aperto di veleni diffusi: manganese, cloruro di vinile dicloretano, dicloroetilene, tricloroetilene e tricloretano.
Maurizio Bolognetti, giornalista e segretario dei Radicali lucani, si trovava lì per raccontare «i veleni della Val Basento 40 anni dopo».
Il 29 ottobre, nel corso di un sopralluogo trova due piezometri incustoditi. I piezometri sono dei pozzi di osservazione necessari al monitoraggio della falda, in questo caso falda contaminata. Il giorno seguente confeziona un esposto correlato di video e foto, allerta l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpab) e i Carabinieri, che intervengono. I tecnici Arpab recatisi sul posto, alla presenza delle forze dell’ordine, constatano «che il piezometro […] era privo di lucchetto, con tappo a vite mal funzionante e con pozzetto fuori terra metallico che presentava evidenti segni di degradazione e/o usura», e lo comunicavano alla «[…] Syndial e, per conoscenza, anche agli enti interessati […]».
Il 3 novembre Maurizio torna a Ferrandina ed effettua un nuovo sopralluogo lungo tutto il perimetro dell’area diaframmata e trova un altro piezometro incustodito, classificato MW5. Ricordo che già nel 2009 aveva avuto modo di documentare una situazione analoga.
Di lì a poco viene raggiunto da due persone a bordo di una Fiat Panda. Gli animi si accendono presto, l’interlocuzione si fa pesante e – come documentato da un video – cominciano le minacce: «se ti incontro fuori di qua ti faccio nero», «…a questo gli faccio male qua», «ci rivediamo sicuramente…». Maurizio, inoltre, racconta di essere stato seguito con la macchina e filmato nelle ore precedenti all’episodio incriminato. Sintomo che la sua presenza ha dato fastidio a più di qualcuno.
Sarebbe scontato esprimere solo la mia solidarietà a Maurizio Bolognetti per le minacce ricevute, senza sottolineare come in Italia, nel profondo Sud e in Basilicata esistono ancora terre di frontiera dimenticate e regolamentate dal mutismo a tutti i costi. Che condiziona, avvelena e vuol cancellare le prove dalla memoria collettiva. Zone franche regolamentate da uno stato delle cose criminale – che così deve essere senza possibilità di cambiare – in uno Stato che, invece, lascia fare. Si materializzano, così, le minacce ricevute da Maurizio, si colpisce la libertà di informazione e si inquina la conoscenza di quei crimini ai danni dell’ambiente e della salute senza che le istituzioni dimostrino di esserci e di contare qualcosa. In questi casi, l’autorità giudiziaria dov’è?
Ricordiamo che, a maggio di quest’anno, in un comunicato diffuso dai Carabinieri Forestali della Regione Basilicata abbiamo appreso della «conclusione delle indagini da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Matera ai responsabili di Tecnoparco, Syndial, Drop e funzionari dell’Ufficio Ambiente della Provincia di Matera», rei di aver smaltito 31 mila metri cubi di rifiuti speciali liquidi nel fiume Basento. Le indagini, iniziate, nel marzo 2012 hanno ricostruito in merito all’area diaframmata che «[…] la Syndial deve, su prescrizione del ministero dell’Ambiente, provvedere all’emungimento dei rifiuti liquidi dalla suddetta area […] e al loro trasferimento presso gli impianti della Tecnoparco, per il successivo trattamento, attraverso […] condotta fognaria. Tale condotta, durante l’alluvione dell’1 e 2 marzo 2011 […] fu danneggiata dall’esondazione del Basento, come emerse dagli accertamenti svolti dall’ex Corpo Forestale dello Stato […] e da quel momento, fino all’intervento nel 2012 dei Carabinieri Forestali i rifiuti liquidi si sono sversati sul suolo e, per caduta, nel fiume Basento e quindi nel mare, cagionando un danno all’ambiente con pericolo per le persone, inconsapevolmente esposte dal 2011 al 2014, determinato dalla presenza di percolato emunto dall’area diaframmata costituito da manganese, cloruro di vinile dicloretano, dicloroetilene, tricloroetilene e tricloretano sversato nella quantità accertata di 31.688 mc corrispondenti a circa 1000 autobotti, dalla Syndial per un volume di 14.252 mc e dalla Drop per un volume di 17.436 mc. Nonostante tale situazione, la Tecnoparco Valbasento certificava, per l’anno 2011-2012, il regolare smaltimento dei rifiuti senza mai denunciare il mancato arrivo dei reflui al suo impianto dagli unici due clienti che si servivano della condotta fogniaria, Syndial e Drop, emettendo nei loro confronti fatture per un importo totale di €. 171.717,82 per operazioni di smaltimento mai eseguite.»
È anche questo il volto sporco della Basilicata, terra di nessuno, nella quale il vero reato è tacere non tentare di far tacere.

Giornalista, direttore del periodico Terre di frontiera. Reporter per la Terra 2016 e Premio internazionale all'impegno sociale 2015 Livatino-Saetta-Costa. About me

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