Valle del Sacco, Matteo Di Giovanni
Foto: Vista sulla valle // Matteo Di Giovanni

La valle inquinata

in Rifiuti connection di

Lo scorso 8 luglio circa 5 mila persone sono scese in piazza per chiedere la chiusura definitiva degli inceneritori di Colleferro. I cittadini della valle del Sacco hanno sfilato con una rabbia consapevole. Frutto di un passato intessuto di sacrifici, patologie diffuse in tutte le fasce d’età e decadimento sociale ed economico del territorio. Dopo la decisione della Regione Lazio – in accordo con la municipalizzata Ama spa – di ricostruire le due linee di incenerimento per far fronte all’emergenza rifiuti capitolina, la battaglia si preannuncia aspra.

La valle del Sacco, a cavallo tra le province di Roma e Frosinone, ha già versato il proprio tributo in termini di inquinamento ambientale. Il suo recente passato parla di discariche e impianti di incenerimento di rifiuti. La città di Colleferro, da sola, ospita una discarica e due impianti di termovalorizzazione. Negli ultimi anni le comunità locali hanno assistito al tentativo di insediare ulteriori impianti per lo stoccaggio e il trattamento di rifiuti particolarmente inquinanti. Tentativo fallito solo grazie alla strenua resistenza organizzata da comitati e associazioni ambientaliste. Ma non è bastato. La proposta di ricostruire e riattivare le linee di incenerimento dei rifiuti ha infranto le speranze di quanti, dopo anni di inquinamento delle matrici ambientali, avevano creduto nelle promesse di bonifica e riconversione delle aree. Ormai da mesi gli inceneritori di Colleferro non sono in grado di funzionare. Alla proposta di chiusura e smantellamento definitivo degli impianti, si è presto sostituita quella di ricostruzione sostanziale delle due linee di incenerimento. A un costo di diverse decine di milioni di euro che, per essere ammortizzato e produrre effettivamente profitto, richiede che gli impianti restino in funzione per oltre vent’anni. Una vera e propria condanna per una popolazione che ha già vissuto il decadimento economico, sociale e demografico causato dalla mancata bonifica delle aree e dei siti inquinati. Colleferro, in particolare, ha pagato il prezzo più alto.

LA VALLE DEL SACCO
Le acque del fiume Sacco, che attraversa la città di Colleferro, sono dense di beta-esaclorocicloesano (beta-HCH). Un inquinante derivato dal lungo e inesorabile processo di industrializzazione forzata che la valle omonima, suo malgrado, ha subito. Nel 1912 è stata realizzata una fabbrica di esplosivi da cui si sono sviluppate, negli anni, diverse filiere produttive. Nel secondo dopoguerra, poi, i finanziamenti della Cassa per il Mezzogiorno hanno contribuito a innescare un intenso processo di industrializzazione che si è arrestato bruscamente solo all’inizio degli anni Novanta. Lasciando un’eredità importante, fatta di inquinamento delle matrici ambientali. I dati sui livelli di inquinanti nel fiume parlano chiaro. E hanno portato, dopo alterne vicende amministrative, all’istituzione di un Sito di interesse nazionale (Sin) e a una ridefinizione complessiva dell’area in funzione del perimetro che comprende il fiume, le sue aree ripariali e di esondazione e le zone di insediamento industriale. Ciascuna caratterizzata da specifiche forme di inquinamento. Le amministrazioni compiacenti hanno risposto alle esigenze di de-industrializzazione della valle del Sacco destinandola all’insediamento di impianti e discariche per il trattamento integrato dei rifiuti.

CONVERGENZE PARALLELE
L’articolo 35 del decreto-legge Sblocca Italia (n.164/2014) dota gli impianti di incenerimento di un carattere strategico nel sistema della gestione integrata del ciclo dei rifiuti. A livello regionale, la giunta guidata da Nicola Zingaretti – che concluderà la legislatura tra un anno – non è stata in grado di elaborare un piano dei rifiuti alternativo a quello approvato dal precedente governo di centrodestra. Ci si è limitati a ridefinire il fabbisogno – quantità, qualità e distribuzione territoriale dei rifiuti prodotti annualmente nell’arco regionale – senza fare alcun salto in avanti. Si prevede l’incremento della raccolta differenziata senza un’indagine approfondita sulle ragioni che hanno prodotto l’attuale difficoltà nella gestione dei rifiuti. Senza tentare di offrire risposte chiare, capillari, radicali a un’emergenza. Cosa si prevede? La rimessa in funzione degli inceneritori di Colleferro, la riattivazione dell’impianto di Malagrotta, la garanzia d’attività di quelli di San Vittore e, infine, l’insediamento di un nuovo inceneritore regionale. Così come chiede il ministro per l’Ambiente, Gian Luca Galletti. La convergenza tra istituzioni nazionali, regionali e locali sul tema dello smaltimento dei rifiuti nel Lazio, non sembra essersi incrinata.

LA GESTIONE DEI RIFIUTI E IL BALLETTO DELLE SOCIETÀ
La Regione Lazio interviene nell’organizzazione locale della gestione del ciclo integrato dei rifiuti tramite la società Lazio Ambiente spa. Proprietaria degli inceneritori della valle del Sacco – al 100 per cento nel primo caso, in comproprietà con la municipalizzata capitolina Ama al 60 per cento nel secondo – gestisce la raccolta dei rifiuti a Colleferro e in altri sedici Comuni. Nel 2011 la Regione ha avviato il percorso di costituzione della Lazio Ambiente spa per salvare dal fallimento il Consorzio Gaia spa. Una società a sua volta derivata dalla trasformazione, in chiave privata, di un consorzio pubblico istituito da oltre 50 comuni. Come da tradizione, l’operazione si è conclusa bollando il Consorzio Gaia come bad company e istituendo Lazio Ambiente spa per garantire la continuità del servizio e i livelli di occupazione. Quest’ultima rileva gran parte del pacchetto azionario del Consorzio Gaia il 1 agosto 2013. Completa l’acquisizione dell’inceneritore in comproprietà con Ama spa solo nel novembre 2015.
In realtà le basi per la sopravvivenza della Lazio Ambiente spa erano fragili fin dall’inizio. Alla società non sono stati forniti i capitali necessari al rilancio aziendale e del settore. Non sono state avviate trattative partecipate in grado di ridefinire, in termini di efficienza, la gestione del ciclo dei rifiuti. In più, è cresciuto il numero dei Comuni che hanno deciso di appaltare ad altre società il servizio di raccolta e gestione dei rifiuti. Mentre le amministrazioni che avevano già causato in passato il fallimento del Consorzio Gaia spa non sono state obbligate a onorare i propri debiti. Con il risultato che i conti economici della nuova società risultano, a pochissimi anni dalla sua costituzione, in progressivo peggioramento. Una mancanza di decisione che può essere spiegata solo con la totale assenza di una strategia complessiva per la gestione del ciclo dei rifiuti sul piano regionale.
Nel 2015 la Giunta regionale, sulla scorta della legge nazionale che impone il riordino delle partecipate, annuncia la messa in vendita della società. Nel 2016 vengono avviate tutte le pratiche necessarie per la formulazione di un bando che dovrebbe essere pubblicato a settembre di quest’anno. La decisione è quella di cedere le quote societarie interamente a un privato. Ma la vicenda inerente alla Lazio Ambiente spa è direttamente correlata alla scelta di rimettere in funzione gli inceneritori nella valle del Sacco. Il cuore economico della vendita è rappresentato proprio dagli impianti di termovalorizzazione. La cui ri-funzionalizzazione e messa in attività per i prossimi vent’anni garantirebbe all’acquirente privato notevoli soglie di profitto.
Le crescenti difficoltà economiche di gestione degli impianti d’incenerimento in tutto il Paese fanno pensare che la Regione Lazio stia cercando finanziamenti dal ministero dello Sviluppo economico per invogliare i privati all’acquisto. Il piano industriale elaborato nel corso del 2015 prevedeva investimenti di 12,6 milioni di euro nel 2016 e di 22 milioni di euro nel 2017. Ma la Regione ha utilizzato i fondi previsti per l’anno 2016 per avviare una parziale ristrutturazione – light revamping – al fine di arrivare all’atto di vendita con gli impianti di incenerimento formalmente attivi.

LE REAZIONI DEI MOVIMENTI
I Comuni della valle del Sacco – quello di Colleferro in primis – non hanno sviluppato un’iniziativa adeguata alla gravità della situazione. Una responsabilità che grava sulle spalle di chi non ha voluto rispondere alle sollecitazioni delle associazioni, in particolare la Rete per la tutela della Valle del Sacco (Retuvasa). La richiesta era quella di istituire un nuovo consorzio, previa definizione di un ambito o sub-ambito di competenza, nel quale organizzare il sistema integrato di gestione dei rifiuti. Si sarebbe trattato di progettare un modello circolare di gestione fondato su riduzione, riciclo e recupero attraverso l’uso di tecnologie specifiche per la residua frazione indifferenziata. In tutta evidenza, un vero e proprio percorso di autodeterminazione che, per quanto si potesse ritagliare i suoi spazi nella normativa vigente, per affermarsi richiede che vengano apportate importanti modifiche alla strategia regionale nel suo complesso. Reindirizzando, di fatto, anche i flussi di finanziamenti verso un’impiantistica di tipo differente. L’amministrazione di Colleferro, coadiuvata da una decina di Comuni limitrofi, sta lavorando con molto ritardo alla costituzione di un consorzio che non potrà comunque farsi carico della costruzione della nuova impiantistica. Potrà occuparsi essenzialmente della sola raccolta e relativa gestione.
Va ricordato, poi, che il ciclo di rifiuti attualmente si chiude con la discarica locale. Nata provvisoria e resa solo successivamente definitiva, questo sito sembra aver esaurito le volumetrie disponibili. Potrebbe essere riattivato solo spostando i tralicci dell’alta tensione collocati all’interno del suo perimetro. La Regione Lazio afferma che la discarica dovrà essere chiusa entro il 2019. Tuttavia, pur di mantenere aperto uno spiraglio in caso di plausibili emergenze rifiuti, una quota dei finanziamenti stanziati per la ricapitalizzazione di Lazio Ambiente spa è destinata alla ri-funzionalizzazione del sito in questione. Si parla di circa 5,3 milioni di euro per il ramo discarica, di cui 500 mila previsti per lo spostamento dei tralicci.
In tale contesto è chiaro che l’attuale emergenza capitolina, la gestione disastrosa del ciclo integrato dei rifiuti e la mancanza di autonomia impiantistica costituiscono delle minacce per l’intera regione. A distanza di un anno dal suo insediamento, la Giunta capitolina solo di recente ha prodotto delle linee guida e un progetto che attendono di tradursi in una pianificazione effettiva. Con la spada di Damocle inerente al finanziamento predisposto da Ama per il revamping di uno dei due inceneritori. Le dichiarazioni di intenti successive hanno ulteriormente allarmato cittadini e attivisti. Che, di fronte all’ipotesi del light revamping, hanno reagito mobilitando le comunità locali.

L’ASSEMBLEA PERMANENTE
Chi governa la città di Roma ha la grande occasione di lanciare una campagna nazionale e internazionale per fare della Città eterna la capitale dell’economia circolare. Una campagna politica e culturale necessaria per sconfiggere le strategie nazionali focalizzate sull’incenerimento dei rifiuti. Dopo oltre 25 anni segnati dalle privatizzazioni dei sevizi pubblici e dalla riduzione ai minimi termini delle risorse a disposizione delle amministrazioni, dovrebbe essere ormai chiaro che nessuno si salva da solo. Le amministrazioni dovrebbero fare gioco di squadra per favorire, insieme, un cambio di strategia radicale. Per mettere al centro una comunità che lotta per il proprio futuro e si governa attraverso una assemblea permanente.
È quel che è accaduto all’indomani della manifestazione dell’8 luglio scorso. La radicalità dei contenuti, la determinazione e la dimensione della mobilitazione parlano chiaro. Non si tratta di un semplice episodio di protesta, ma di un embrione di carattere comunitario, di una presa di coscienza in cui si riconosce la stragrande maggioranza dei cittadini. L’adesione serrata dei commercianti, i drappi alle finestre, i numeri della manifestazione, sono segnali evidenti. Le singole associazioni hanno costituito un’assemblea permanente, luogo del confronto e della decisione, capace di utilizzare tutti gli strumenti di cui, dopo anni di mobilitazione, la cittadinanza attiva ha dovuto dotarsi. Dopo la manifestazione dell’8 luglio, la protesta si è spostata davanti ai palazzi della giunta regionale. La necessità è quella di rivedere completamente la gestione del ciclo dei rifiuti. Per far percepire ai decisori politici il grado del dissenso. Per spingerli, in definitiva, a passare finalmente dalle parole ai fatti. Iniziando, innanzitutto, dal fermo definitivo degli inceneritori di Colleferro.

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