Ilva di Taranto e parchi minerali Ilva
Foto: Ilva di Taranto // Legamjonici

Le violazioni impunite dell’Ilva

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L’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) è il permesso accordato alle aziende considerate dannose per l’ambiente, necessaria per continuare a produrre ed uniformarsi ai principi di Integrated pollution prevention and control (Ipcc), sanciti dalla direttiva europea 96/61/CE, poi modificata nella più recente direttiva 2010/75/UE. L’Italia l’ha recepita con un decreto contenuto nel testo unico ambientale n.152/2006. Ha lo scopo di prevenire e ridurre l’inquinamento industriale. Nel caso dell’Ilva di Taranto l’Aia si è rivelata il via libera al profitto ai danni di salute e ambiente e le sue continue violazioni sono rimaste impunite per anni.

Come anticipato nella prima parte del nostro lungo approfondimento sull’Ilva di Taranto, il 29 settembre 2017, l’ex presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, l’ex ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti e l’ex ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, firmano l’approvazione delle modifiche del Piano ambientale.
L’anno seguente cambiano gli attori di governo e lo stabilimento siderurgico, AM InvestCo Italy srl (ex Ilva), dall’1 giugno 2018, passa sotto l’esame del governo M5S-Lega. Figura di rilievo nella spinosa questione Ilva è quella di Luigi Di Maio, ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, che si espone in prima persona. Contrariamente alle aspettative di molti tarantini il nuovo ministro prosegue calcando le stesse orme dei suoi predecessori, nonostante le dure critiche mosse nei confronti del governo uscente. Al centro della discussione non c’è la chiusura programmata dell’Ilva. Al tavolo del ministero dello Sviluppo economico si discute e ci si accorda sul Piano ambientale, ovvero tutti gli interventi da attuare secondo quanto previsto dall’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), che dal 2011 ad oggi ha subito non poche modifiche. Nel 2012, con il suo riesame, il ministero dell’Ambiente ne modifica i contenuti attuando il recepimento di quanto ordinato dal giudice per le indagini preliminari, sulla scorta delle criticità emerse dalle perizie degli esperti incaricati nell’ambito dell’inchiesta giudiziaria sull’Ilva. Le successive modifiche avranno il chiaro scopo di dilatare i tempi di intervento, prolungando l’agonia di uno stabilimento da tempo moribondo e rimandando la soluzione definitiva del problema.
L’ultima proposta di modifica dell’Aia arriva il 5 luglio 2017, quando la Società AM InvestCo Italy presenta “Domanda di Autorizzazione integrata ambientale (decreto legislativo n.152/2016, parte II, Titolo III-bis) dei nuovi interventi e di modifica al Piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria approvato con DPCM 14 marzo 2014 e di ogni altro titolo autorizzativo necessario per l’esercizio degli impianti nonché, ove necessario, di proroga delle scadenze per l’attuazione delle relative prescrizioni; domanda di modifica dell’Aia di Taranto Energia” e “Domanda di voltura in capo ad AM InvestCO Italy srl dell’Aia di Ilva Taranto e dell’Aia di Taranto Energia”.

LE OSSERVAZIONI DELL’ARPA PUGLIA
Le richieste di ArcelorMittal passano anche al vaglio dell’Agenzia regionale per la prevenzione e la protezione ambientale che ne contesta diversi punti. Lo fa con un documento sottoscritto il 4 settembre 2017. Vengono toccati ben 46 aspetti. Nel complesso le proposte di ArcelorMittal risultano essere poco chiare, generiche e scarsamente dettagliate, con frequenti previsioni di proroghe.
Le maggiori criticità riguardano i lavori di chiusura dei nastri trasportatori e di copertura dei parchi; il rifacimento delle cokerie; l’impermeabilizzazione delle aree in cui avvengono le operazioni di deposito della scoria, delle aree afferenti agli altoforni, di installazione dei filtri a maniche; la non corretta gestione dei rifiuti e dei sottoprodotti, la mancata rimozione dei rifiuti stoccati in aree sequestrate e la caratterizzazione delle aree potenzialmente contaminate; la non idonea gestione degli eventi anomali, dei malfunzionamenti e degli incidenti; la carente automazione dei processi con conduzione degli impianti strettamente dipendente dalle manovre dell’operatore con conseguente aumento del rischio dell’errore umano; il controllo delle emissioni diffuse e fuggitive, presenti in diversi settori di attività (cokeria, agglomerato, acciaieria) e la gestione delle polveri di abbattimento fumi nell’agglomerato.

LA COPERTURA DEI PARCHI E DEI NASTRI TRASPORTATORI
Nell’Aia si legge che «AM InvestCo Italy srl chiede di essere autorizzata a procedere all’attuazione della copertura dei parchi primari in coerenza con il progetto approvato in capo ad Ilva con decreto ministeriale n.31 del 24 febbraio 2015 (GU n.58 dell’11 marzo 2015), nonché alla realizzazione della raccolta separata delle acque di prima pioggia e al relativo trattamento in idoneo impianto di depurazione. Chiede, inoltre, al fine di poter procedere all’avvio dei lavori, lo svincolo dell’area secondo quando riportato nell’Allegato 15. Per la realizzazione dei suddetti interventi è indicato un tempo di attuazione pari a 36 mesi dalla data in cui AM InvestCo Italy srl. subentrerà nella gestione del sito, salvo modifiche richieste da terzi o dettate da circostanze impreviste o necessità di ulteriori permessi o autorizzazioni.»
Ma in una lettera del 5 luglio 2017, i Commissari straordinari evidenziavano che, di fatto, il termine ultimo di realizzazione degli interventi non era indicato. Nonostante, in fase di riesame dell’Aia, l’intervento di copertura dei parchi fosse stato individuato tra gli interventi da realizzare, necessariamente, «da subito» e il decreto del presidente del Consiglio dei ministeri del 14 marzo 2014 aveva indicato come scadenza ultima l’8 settembre 2016.
«In merito, si evidenzia – continuano i tecnici dell’Arpa – che la dilatazione dei tempi relativi all’attuazione dei lavori di messa in sicurezza e conseguente pavimentazione e copertura dei parchi primari rappresenta una delle maggiori problematiche connesse alle conseguenze ambientali derivanti dall’esercizio dello stabilimento siderurgico.»
Tra l’altro, misure come «l’intensificazione delle attività di filmatura e di bagnatura dei cumuli», di «nebulizzazione di acqua per il contenimento delle emissioni» sono soluzioni che, se protratte nel tempo, oltre a non consentire un efficace contenimento delle polveri, aggravano lo stato di contaminazione di suolo, sottosuolo e acque sotterranee.
ArcelorMittal propone un progetto alternativo, ma gli interventi previsti non piacciono all’Arpa poiché «gli effetti ambientali relativi alla gestione delle acque sono per certi aspetti diversi, considerando che, per effetto delle precipitazioni cambia la quantità e la qualità delle acque utilizzate per la bagnatura.» E cambiano pure la qualità e la quantità delle acque meteoriche da trattare. Aspetti di cui il proponente non tiene conto. In più, anche il termine per gli interventi di chiusura nastri e cadute, con convogliamento delle emissioni – fissato per l’8 settembre 2016 – viene prorogato in seguito all’entrata in vigore della legge n.20/2015 e successive modifiche e integrazioni.

IL RISPARMIO SULLA COPERTURA DEI NASTRI
Nella proposta progettuale presentata ArcelorMittal prova ad ottenere uno sconto. Precisa, infatti, che giacché vige l’obbligo di copertura dei parchi minerali e del parco fossile, i nastri trasportatori presenti all’interno non saranno coperti. Secondo l’Arpa, invece, «la copertura dei nastri trasportatori risulta comunque una necessaria misura per il contenimento delle emissioni diffuse; infatti, così come indicato dalle BAT Conclusions, è opportuno preferire le misure di captazione delle emissioni di polveri più vicine alla fonte», anche per tutelare la salute dei lavoratori esposti alle polveri nocive.

EMISSIONI DIFFUSE DEGLI ALTIFORNI
Su questo aspetto, il punto 5.1.4.2.8 del decreto Aia n.450 del 4 agosto 2011 parla chiaro. Il gestore deve fornire una stima quantitativa delle emissioni diffuse dovute alle attività di sgrondo dei carri siluro e alla granulazione della ghisa. Ma il gestore Ilva non ha mai fornito alcun riscontro a tale prescrizione. Né esiste alcun cronoprogramma di un eventuale adeguamento da parte di ArcelorMittal. L’operazione di sgrondo dei carri siluro consiste nell’evacuazione dei residui allo stato fuso mediante rotazione totale del carro, in modo da riversare il contenuto in una vasca colma di acqua. In seguito a questa operazione la massa si raffredda. Queste procedure comportano notevoli emissioni diffuse, a cui si aggiungono i vapori dell’acqua presente nella vasca di granulazione al contatto con la ghisa sversata. Il vapore acqueo non è innocuo perché trascina con sé le emissioni sprigionate.
Ed è ancora una volta l’Arpa a evidenziare che «ai fini del contenimento delle emissioni, le vasche di granulazione sono dotate di un sistema di spruzzatori situati sul muretto di contenimento posto frontalmente agli ugelli di granulazione. Durante la granulazione stessa, essi creano una barriera di acqua nebulizzata per consentire l’abbattimento dei fumi prodotti. Tuttavia, si rileva che tale sistema di contenimento dei fumi non risulta efficace al fine di minimizzare le emissioni diffuse prodotte durante l’esecuzione di tali attività e che sia necessario che AM InvestCO Italy srl formuli una proposta di adeguamento del suddetto sistema finalizzata alla riduzione delle emissioni diffuse.»

VIOLAZIONE DELLE PRESCRIZIONI MA NESSUNA SANZIONE
Alla luce di quanto rilevato dall’Arpa è stato modificato il Piano ambientale? Se sì, in quale misura? Nessuno lo sa. Sul sito del ministero dello Sviluppo economico è comunque disponibile l’addendum, sulle proposte migliorative, fornito da ArcelorMittal che, nella sostanza, ignora gli interventi mirati all’ulteriore abbattimento delle emissioni diffuse e fuggitive, le più pericolose per la salute.
Se l’Ilva attualmente versa in queste condizioni, le responsabilità sono senz’altro da attribuire ai Riva. Almeno a partire dal 1995. Le successive gestioni commissariali non hanno migliorato la situazione. E ben poco si poteva fare. Con i vari decreti-legge è diventato legale ciò che legale non era da tempo. Del resto lo stesso Andrea Orlando, ministro dell’Ambiente nel 2013, aveva spiegato nel corso di un convegno svoltosi a Taranto il 7 novembre dello stesso anno, che l’Ilva rientra in quelle attività industriali «che non possono essere interrotte e che però sono fuori legge.»
Dichiarazioni che ben giustificavano la nomina del commissario straordinario come misura in deroga alla revoca dell’autorizzazione a produrre – l’Autorizzazione integrata ambientale -, che avrebbe portato inevitabilmente alla chiusura dello stabilimento.
Gli ultimi decreti salva-Ilva, in seguito convertiti in legge, hanno di fatto fissato l’immunità penale e quella amministrativa per i gestori, che, in caso di inadempienze nell’applicazione del piano ambientale, non avranno alcuna responsabilità. Questo aspetto preoccupa molto l’opinione pubblica. In realtà, la normativa in materia ambientale non ha mai preoccupato davvero i gestori di attività industriali a elevato impatto ambientale. Senza contare che riuscire ad arrivare a una condanna per disastro ambientale è oggi ancora più complicato.
Significative, a tal proposito, sono le testimonianze dell’ingegnere Barbara Valenzano che in qualità di custode giudiziario dell’Ilva, a partire da luglio 2012, quando gli impianti furono sequestrati, fa emergere nel processo “Ambiente Svenduto” le reali condizioni dello stabilimento. Non solo. Nel corso dell’udienza il pubblico ministero Mariano Buccoliero focalizza l’attenzione anche sulle mancate sanzioni che le autorità competenti avrebbero dovuto infliggere.

UNO STRALCIO DELL’UDIENZA DEL 17 OTTOBRE 2018
Mariano Buccoliero (pubblico ministero): «Ingegnere andiamo alle attività svolte dal 1 ottobre al 3 novembre 2013, come riportato nella vostra relazione depositata il 6 novembre 2013. Cosa avete verificato in particolare nell’area parchi?»
Barbara Valenzano (ingegnere): «È stato effettuato un sopralluogo in data 17 ottobre 2013 durante il quale è stato visionato il sistema di bagnamento idranti fog cannon installati. Nel corso dell’attività era stato accertato che il sistema non consentiva un efficace abbattimento delle polveri derivanti dall’azione erosiva del vento.»
Mariano Buccoliero: «Invece con riferimento all’area gestione rottami ferrosi (grf, ndr) cosa avete verificato?»
Barbara Valenzano: «È stato effettuato un sopralluogo in data 21 ottobre 2013 ed erano in corso le attività relative dello sversamento delle scorie proveniente dal liquido contenuto nelle paiole. Successivamente era stato effettuato un altro sopralluogo, il 2 novembre 2013, nel quale si è verificato il ripetersi di intense emissioni correlate alle modalità di esecuzione di sversamento delle scorie liquide, trasportate in paiole, direttamente sul terreno in area grf.»
Mariano Buccoliero: «Con riferimento all’area acciaieria cosa avete verificato?»
Barbara Valenzano: «Il 21 ottobre 2013 è stato effettuato un ulteriore sopralluogo presso la colata continua e si erano chieste informazioni in merito all’evento incidentale occorso in data 19 ottobre 2013. Nel corso dell’attività i custodi hanno chiesto al responsabile d’area acciaieria di voler fornire la documentazione relativa alla procedura di lavoro attuata al fine di gestire l’emergenza dell’evento. Il direttore dell’area e il responsabile hanno dichiarato l’avvenuto intervento del comando provinciale dei Vigili del fuoco di Taranto. Viceversa il Comando di Taranto dei Vigili del fuoco ha comunicato che “nessuna richiesta di intervento per soccorso tecnico urgente è pervenuta alla centrale operativa 115 per interventi in oggetto segnato e quindi nessun contingente di uomini e mezzi di questo comando è stato inviato presso lo stabilimento di Taranto”. […] Si segnala, pertanto, l’incongruenza tra quanto affermato al verbale del 21 ottobre e quanto affermato nella relazione del dirigente dell’area acciaieria. Con riferimento all’evento incidentale del 19 ottobre – intense emissioni di vapori maleodoranti – si evidenzia l’assenza di sistemi di aspirazione di emissioni diffuse connesse alla fase di solidificazione dell’acciaio che avvenivano e avvengono in campo aperto.»
Mariano Buccoliero: «Faccio riferimento adesso, ingegnere, alla relazione depositata il 2 novembre 2013 che attiene ad alcune precisazioni in riferimento all’approvazione del riesame Aia, c’è stato un controllo da parte di Ispra e da parte di Arpa?»
Barbara Valenzano: «Sì. Le autorità di controllo hanno effettuato attività di verifica per accertare lo stato di attuazione delle prescrizioni, così come previsto dall’articolo 29 decies del decreto legislativo n.152/2006. Dal 6-9 novembre 2012, 5-7 marzo 2013, 28-30 maggio 2013, 10-11 settembre 2013 hanno accertato il mancato rispetto di specifiche prescrizioni del decreto autorizzativo in particolare per quanto riguardava la chiusura completa dei nastri trasportatori, la chiusura degli edifici e gestione materiali polverulenti, e di adeguamento di quelle carico e scarico dei materiali e dei parchi minerali. Tali prescrizioni si sarebbero dovute attuare entro il 27 gennaio 2013.»
Mariano Buccoliero: «Risultavano delle autorizzazioni di proroghe per l’ultimazione di questi lavori rilasciate al gestore?»
Barbara Valenzano: «Per quanto a nostra conoscenza non risultavano autorizzazioni né proroghe emesse da parte dell’autorità competente che abbiano accordato alla società di rinviare gli interventi.»
Mariano Buccoliero: «In relazione alla richiesta di protrazione dei tempi di attuazione, il ministero ha risposto con qualche nota?»
Barbara Valenzano: «Sì, il ministero dell’Ambiente con la nota del 14 giugno 2013 ha comunicato al commissario straordinario “che l’accertata violazione determini l’improcedibilità con conseguente archiviazione di entrambe le istanze in quanto le effettive realizzazioni degli interventi non corrisponde a quanto complessivamente programmato ai fini della progressiva eliminazione delle emissioni diffuse.»
Mariano Buccoliero: «E il direttore generale del ministero ha prodotto qualche nota da parte sua?»
Barbara Valenzano: «Sì, il direttore informava il commissario straordinario, oltre che Ispra, della necessità di procedere alla contestazione ad Ilva spa ai fini dell’applicazione del regime sanzionatorio previsto dall’articolo 1, comma 3, della legge n.131 del 2012, come modificato dal decreto-legge n.61 del 2013 di inadempienza nelle attuazioni delle prescrizioni. Successivamente il ministero con nota del 21 ottobre 2013, in relazione alle attività di controllo del terzo trimestre del decreto di attuazione Aia 2012, diffidava nuovamente l’Ilva, ai sensi del 29 decies, comma 9, ad effettuare quanto richiesto dalle autorità di controllo nei tempi indicati e a comunicare quanto in atti.»
Mariano Buccoliero: «È stata irrogata qualche sanzione da parte del prefetto di Taranto?»
Barbara Valenzano: «No. Non risulta irrogata alcuna sanzione da parte del Prefetto di Taranto e quindi non risulta che fossero state intraprese delle iniziative da parte dell’autorità competente in ordine all’applicazione del comma 9 articolo 29 decies del decreto legislativo n. 152 del 2006, soprattutto in considerazione della reiterazione delle inosservanze alle prescrizioni autorizzative disposte dalla medesima autorità competente.»

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