Foto: Le porte del Cpr di Palazzo San Gervasio: da qui non si entra e non si esce senza autorizzazione // Emma Barbaro
Immagini dal Cpr di Palazzo San Gervasio

“Rallentare. Centro Assistenza Immigrati”, recita il cartello. E il Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza, è solo una manciata di metri più in là. Sono quelli che servono, avvicinandosi alla struttura, per scoprire che l’assistenza agli immigrati consiste in una muraglia in cemento e mattoni sovrastata da reti metalliche di contenimento. Dall’alto, l’occhio elettronico del sistema di videosorveglianza vede ogni cosa. Da qui non si entra e non si esce senza autorizzazione.

Al di là del muro vivono i “trattenuti”. Sono gli stranieri macchiati dal peccato originale dell’irregolarità. Come fantasmi, vagano lungo il perimetro dell’area comune invisibili agli sguardi esterni. Avanti e indietro. Nella gabbia il sole sorge e tramonta sempre allo stesso modo. Nella gabbia, vivono costipati questi uccelli senza ali.

UN BENE CONFISCATO PER COMBATTERE IL CAPORALATO
Eppure vent’anni fa non era così. Siamo nel suggestivo entroterra lucano, in una placida enclave sospesa tra Puglia e Campania. Ma al posto della moderna voliera c’è un bene confiscato alla mafia. Un capannone rurale che, tuttavia, nel giro di pochissimo tempo, viene restituito alla collettività come un centro di accoglienza per lavoratori stagionali.
«All’epoca c’era già il caporalato, anche se non se ne parlava», spiega Gervasio Ungolo, ex amministratore di Palazzo San Gervasio e attuale presidente dell’Osservatorio Migranti Basilicata. «Ogni anno i braccianti, per la maggior parte extracomunitari, venivano qui per lavorare. Così di giorno lavoravano al soldo dei caporali nelle nostre campagne. Di notte, erano costretti a occupare vecchi ruderi abbandonati o a dormire all’addiaccio. L’esperienza del campo di solidarietà è nata da queste premesse. Dalla volontà, cioè, di dare la possibilità a questi uomini di avere un luogo dove tornare dopo aver duramente lavorato nei campi. Un luogo dove poter dormire decentemente, dove poter cucinare, completamente autogestito da loro, senza alcun intermediario. Ma purtroppo non è durata a lungo.»

UN PROGETTO DAL RESPIRO CORTO
Il progetto, pur nobile sulla carta, ha respiro corto. Nonostante i cospicui finanziamenti erogati dalla Regione Basilicata nel corso del tempo, infatti, nel 2009 il campo di solidarietà chiude i battenti. Al suo posto resta una scatola vuota. Un bene per la cui manutenzione e gestione nel giro di nove anni (dal 2000 al 2009, ndr) sono stati già spesi oltre 770 mila euro.
«Il sindaco di allora, Mario Pagano, dichiarò pubblicamente che il centro era inagibile», commenta un cittadino palazzese che ha preferito restare anonimo. «Inagibile, capisci? Ed avevano già speso una montagna di soldi.»
«Ma nel 2010 la giunta regionale lucana non stanzia 190 mila euro per l’accoglienza dei lavoratori stagionali?», chiedo alla mia fonte ricontrollando gli appunti.
«Sì, ma 90 mila erano destinati all’acquisizione di un albergo qui a Palazzo San Gervasio, che avrebbe potuto ospitare circa 60 braccianti», spiega.
«E gli altri 100 mila alla manutenzione del centro di accoglienza, che sarebbe rimasto aperto per un solo anno. Il sindaco ha insistito. Voleva la nomina di un commissario ad acta regionale, che poi effettivamente è stato nominato. Era il dottor Antonio Anatrone, se non mi sbaglio. Anche lui era contrario alla riapertura del centro. Evidentemente, avevano già fiutato altro.»

Immagini dal Cpr di Palazzo San Gervasio
Foto: Verso la “Guantanamo d’Italia” // Emma Barbaro

“COME TI FACCIO UN CIE”: QUANDO LA SOLIDARIETÀ È FIGLIA DELL’EMERGENZA
A cosa fa riferimento la fonte anonima? Ad una serie di incartamenti giunti presso la sede comunale di Palazzo San Gervasio qualche anno prima. Domande del ministero dell’Interno rimaste inevase da parte degli amministratori comunali dell’epoca, circa le possibilità di utilizzo dei beni indisponibili di pertinenza del comune per finalità, non meglio precisate, di accoglienza dei migranti. A confermarcelo, da ex amministratore palazzese, è proprio Gervasio Ungolo.
«Noi non abbiamo mai risposto», commenta sull’accaduto. «Evidentemente qualcun altro lo ha fatto. La mia è un’ipotesi che qualche fondamento ce l’ha. Altrimenti non sarebbe stato possibile trasformare, nel giro di pochissimi giorni, un bene dichiarato inagibile in un Centro di identificazione ed espulsione (Cie).»
Siamo nel 2011, e sul Mediterraneo spira già forte il vento delle primavere arabe. Per i migranti che giungono dalle coste del Nord Africa occorre trovare una soluzione. È uno stato di emergenza.
Il 29 marzo, con un inaspettato colpo di spugna, i cittadini palazzesi vengono obbligati a subire un’atipica forma di solidarietà. Nel giro di 48 ore l’ex capannone confiscato alla mafia viene di fatto requisito dal ministero dell’Interno (il capo del dicastero è il leghista Roberto Maroni, ndr) per essere adibito a Centro per l’identificazione e l’espulsione temporaneo (Ciet).

LA GUANTANAMO D’ITALIA
La voliera è già pronta. Le reti metalliche vengono innalzate nottetempo. Nel giro di soli tre mesi, l’emergenza umanitaria è già divenuta regola. Quando la giornalista de l’Espresso Raffaella Cosentino, in un’incredibile inchiesta, riesce a portare alla luce le condizioni degradanti in cui vengono trattenuti i migranti, la “Guantanamo d’Italia” viene svuotata in tutta fretta. Anche se il ministero, nel frattempo, continua imperterrito a erogare fondi.
Nel 2011 vengono complessivamente stanziati 6 milioni di euro per la manutenzione straordinaria e 4 milioni di euro per la gestione dei tre Cie di Santa Maria Capua Vetere, Trapani (Kinisia) e Palazzo San Gervasio. L’anno successivo le cifre lievitano fino a toccare quota 17,7 milioni di euro. Un’enormità. Specie se consideriamo che il centro, nel frattempo, ha chiuso i battenti. Li riaprirà solo una montagna di soldi più tardi.
Nel 2017 il ministro dell’Interno, Marco Minniti, chiede che il centro venga immediatamente riattivato «in considerazione del rilevante numero di cittadini stranieri provenienti dalla Tunisia che in questi giorni stanno raggiungendo le nostre coste e nei confronti dei quali occorre assicurare l’esecuzione del rimpatrio.»
Nei primi mesi del 2018 il Cpr è già operativo. E quel cartello che impone l’alt nei pressi del centro di “accoglienza” per migranti dalle ali tarpate si mostra per quel che è. Un’ultima, postuma, beffa.

Immagini dal Cpr di Palazzo San Gervasio
Foto: Il volto “umano” del Cpr. Quando l’assistenza maschera la reclusione // Emma Barbaro

IL NUOVO CPR NELL’ERA ENGEL
Oggi gli internati nel Cpr di Palazzo San Gervasio sono meno di cento per una capienza che, a lavori ultimati, sarà di 150 posti. Ce lo conferma la Engel Italia srl, la società che si occupa della gestione straordinaria della struttura (per la cifra complessiva di 750 mila euro, ndr) in attesa del completamento della procedura di gara europea che prevede un appalto, per la fornitura di beni e servizi, di 6 milioni e 200 mila euro per tre anni.
«Sono quelli dell’hotel per migranti a Capaccio Paestum, a Salerno. È impossibile che non ne hai sentito parlare», suggerisce la stessa fonte anonima. «Quelli che sono stati accusati di minacciare i migranti che gestivano con le armi. Ci hanno fatto pure un’interrogazione parlamentare. Poi gestivano altri centri pure in Campania, ma non so come sia andata a finire quella vicenda lì», aggiunge. «Quello che so è che, da quando sono arrivati loro qualcuno al Comune ha fiutato l’affare Cpr. Capirai, quando i tuoi figli se ne scappano perché il lavoro non ci sta, se hai la possibilità di sistemarli bene non ci pensi due volte.»

NESSUNO CI PUO’ GIUDICARE: LA SECCA RISPOSTA DEI “PREDONI DELL’ACCOGLIENZA”
Qualcuno li ha pubblicamente definiti i “predoni dell’accoglienza”. Additando la Engel Italia srl come una di quelle realtà sociali che fanno affari sulla pelle dei migranti. Accuse che, chiaramente, la società rispedisce decisamente al mittente.
«Da quando abbiamo messo piede a Potenza non abbiamo fatto altro che ricevere attacchi da associazioni locali e da qualche avvocato», risponde Alessandro Forlenza, responsabile della struttura per la Engel Italia srl (e marito dell’amministratore unico della società Paola Cianciulli, ndr).
«Non siamo “predoni dell’accoglienza”, non minacciamo i migranti con le armi e non abbiamo contatti con cooperative coinvolte nell’inchiesta “Mafia Capitale”, come pure è stato scritto», precisa.
«Nessuno dice che il pm che ha condotto le indagini sull’hotel a Capaccio Paestum ha richiesto l’archiviazione del caso. Di tutta risposta, noi abbiamo contro denunciato l’onorevole Chaouki, autore del video sulle proteste dei migranti, il comune e l’assessore alle politiche sociali all’epoca dei fatti. In più, abbiamo avviato le procedure per una richiesta di risarcimento danni. E preciso: l’hotel di cui si parla è completamente ristrutturato e d’estate ospita clienti abituali. In più, al suo interno, ci sono ben diciotto telecamere. Le forze dell’ordine hanno requisito tutto il materiale video disponibile. Se ci fossero state minacce e violazioni, questo sarebbe già emerso. Per altro, i ragazzi coinvolti hanno già ritrattato. Ad Avellino invece», sottolinea, «il caso è stato montato dalla Cgil. Solo uno dei centri che gestivamo a Serino, in provincia di Avellino, è stato effettivamente chiuso, ma non per problemi legati alla gestione. Il proprietario della struttura aveva difficoltà a ristrutturare il tetto della palazzina adibita a Cas (Centro di Accoglienza Straordinaria, ndr) e il Prefetto ne ha disposto la chiusura. Attualmente gestiamo cinque Cas (due in Campania, a Salerno e Avellino, e due a Taranto, ndr), dovremmo attivare un progetto Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati, ndr) ad Avellino e, da qualche mese ormai, il Cpr di Palazzo San Gervasio. Siamo dei professionisti. E, alla fine dei conti, noi lavoriamo per le prefetture. Sono loro a dover giudicare se abbiamo o no i requisiti per operare. Né un sindacato, né altri.»

“NON SIAMO UN UFFICIO DI COLLOCAMENTO”: IL RICATTO MORALE NELLE “TERRE DELL’OSSO”
Tuttavia, se è vero che l’impianto accusatorio che vedeva implicata la società che attualmente gestisce il Centro di Palazzo San Gervasio lentamente va sgretolandosi, è vero pure che l’arrivo della Engel Italia nell’entroterra lucano è stato da molti percepito come un’opportunità. A ulteriore riprova, se mai ce ne fosse bisogno, che nelle “terre dell’osso” l’unico vero padrone è ancora il ricatto morale su un posto di lavoro che, atavicamente, non c’è mai.
«È vero, noi abbiamo il nostro personale. Ma in ogni luogo in cui operiamo, cerchiamo del personale qualificato che possa aiutarci nell’espletamento dei nostri compiti. Non c’è nulla di male in questo», conferma il dottor Forlenza.
«Quando siamo arrivati qui ci siamo rivolti al settore delle Politiche Sociali di Palazzo San Gervasio per farci indicare, eventualmente, figure professionali valide. A quel punto, molti si sono sentiti in diritto di avanzare pretese solo perché il Cpr insiste su questo territorio. Pensando, forse, che a prescindere da una valutazione professionale caso per caso, avremmo assunto solo in base al criterio della residenza. Pensi, nel nostro ufficio c’era una via vai continuo, come in un ufficio di collocamento. Arrivavano anche sei o sette curriculum al giorno. Alla fine abbiamo assunto in totale sette od otto persone originarie di Palazzo San Gervasio, ma le abbiamo selezionate solo in base ai loro requisiti.»

Immagini dal Cpr di Palazzo San Gervasio
Foto: Mura in cemento, reti metalliche e sistema di sorveglianza h24: panoramica della “voliera umana” // Emma Barbaro

L’AFFAIRE CPR E LE ASSUNZIONI MIRATE
Eppure, proprio le nuove assunzioni in casa Engel sarebbero la causa dei malumori che continuano ad alimentarsi in seno alla maggioranza comunale palazzese. Il 21 febbraio scorso, infatti, viene convocato un Consiglio comunale d’urgenza. All’ordine del giorno c’è il dibattito politico sulle dimissioni di tre consiglieri comunali. Ma il vero nodo della discussione è “l’Affare Cpr”.
La consigliera dimissionaria Edda Orlando, nel suo memorandum consegnato agli atti del Consiglio, fa appello al senso etico di responsabilità.
«È bene sin da subito chiarire che ci si trova non sul piano del diritto ma piuttosto su quello della opportunità dei comportamenti e delle scelte che ciascuno di noi è chiamato a fare quotidianamente», si legge nella nota a firma dei consiglieri dimissionari.
«[…] È stato toppo chiedere che chi avrebbe potuto ricoprire un ruolo all’interno del Centro per il Rimpatrio non avesse alcun nesso diretto o indiretto con esponenti sia politici che istituzionali presenti in Consiglio Comunale? Questa la nostra richiesta. Non altro. Una richiesta a non essere messi in imbarazzo da situazioni o accadimenti non condivisibili, solo questo. Forse troppo? Oggi, più di ieri, siamo convinti che le scelte, certamente personali dovrebbero essere tese ad una sana etica della politica. Crediamo poi si sarebbe potuto, dovuto richiedere trasparenza dando la facoltà a tutti, indistintamente, di inviare i propri curricula così da dare la possibilità a chiunque di mettersi a disposizione.»
A chi fa riferimento la consigliera Orlando? Ad alcune figure professionali, già assunte dalla Engel Italia srl, direttamente collegate agli amministratori palazzesi. Il sindaco di Palazzo San Gervasio, Michele Mastro, si difende, dichiarandosi «sereno su come si sono svolti i fatti.» Ma il tarlo della diffidenza e del sospetto ha già fatto breccia nella mentalità locale. Ovunque si fanno nomi, si avanzano dubbi, si indicano precise responsabilità.

UNA “PACCHIA” MILIONARIA
«Perché proprio a Palazzo San Gervasio? Qualcuno sapeva che qui c’era terreno fertile», è la frase ricorrente. Senza contare, poi, che attorno alla nascita, manutenzione e gestione dell’ex capannone sequestrato alla mafia, in questi anni si è registrato un volume d’affari milionario. Con cifre che potrebbero tranquillamente far inneggiare “alla pacchia”, se solo quel Centro non fosse l’utile idiota, lo specchietto delle allodole attraverso cui alimentare la triste propaganda sui rimpatri. In vent’anni quella struttura è stata tutto. Un bene confiscato da restituire alla collettività, un centro di solidarietà per lavoratori stagionali, un Cara, un Cie e, infine, un Cpr. Per la sua ristrutturazione sono state spese cifre da capogiro. Eppure nulla apparentemente è cambiato. Resta la precarietà strutturale, così come le barriere metalliche di contenimento. E restano anche loro, gli internati. Poco più che numeri da sciorinare in un talk show in tv. Poco più che casi burocratici. Poco meno che esseri umani.

50 SFUMATURE DI IRREGOLARITÀ
«Sono peggio dei carcerati», afferma Arturo Raffaele Covella, l’avvocato di fiducia di alcuni degli “ospiti” reclusi all’interno della struttura nonché membro dell’Osservatorio Migranti Basilicata. «Persone di serie B. E i diritti di cui sono titolari, per quanti sforzi facciamo, non vengono tutelati a dovere. Una volta private della libertà personale, queste persone vengono “parcheggiate” all’interno del Cpr in attesa di un provvedimento superiore. Che, in teoria, dovrebbe tradursi nel rimpatrio. La realtà, invece, è che spesso lo Stato non è in grado di concretizzare i rimpatri entro i termini previsti. O, ancora, non è in grado di farlo a causa dei mancati accordi con i Paesi d’origine. Per cui i trattenuti, rei d’irregolarità, vivono da reclusi per mesi in condizioni assolutamente precarie. Da ogni punto di vista.»
Ma non c’è prigione che isoli dalla storia. E la storia è stata scritta attraverso pagine che raccontano dei tentativi di fuga, degli atti di autolesionismo o della reazione estrema alla vigilanza costante. Tutti fenomeni spia di un disagio diffuso che si alimenta al ritmo dei ritardi burocratici e, perché no, dell’inadeguatezza di un sistema che indifferentemente mescola e confonde identità e condizioni giuridiche in una babilonia di lingue ed etnie differenti. In questo contesto, i trattenuti non sono altro che tanti minuscoli satelliti del pianeta dell’irregolarità. Ed è per questo che in un Cpr è possibile trovare tanto l’overstayer – uno straniero, cioè, che vive da lungo tempo in Italia a cui non è stato rinnovato il permesso di soggiorno – quanto l’ex detenuto che, pur avendo già scontato la propria pena in un carcere ordinario, subisce ingiustamente la doppia detenzione in attesa di un eventuale decreto di espulsione. C’è l’immigrato che perde il lavoro, il rom trattenuto più volte perché non ha voluto sanare la propria condizione di irregolarità o, ancora, l’apolide che non ha avviato le procedure per il riconoscimento di tale status.

Atti di autolesionismo al Cpr di Palazzo San Gervasio
Foto: Sangue e rabbia: uno dei trattenuti si recide le vene. È solo uno degli episodi di autolesionismo registrati nel Centro dalla sua apertura (a sinistra) / Immagini inedite del disagio diffuso: un giovane migrante nordafricano riposa, a terra, su un materasso logoro (a destra) // Archivio Tdf

QUANDO I DIRITTI FONDAMENTALI DELL’UOMO RESTANO LETTERA MORTA
Qui tutte le più plausibili sfumature dell’irregolarità sono costipate e interconnesse. Nessuna esclusa. Col risultato che «le rinnovate espressioni di impegno a favore dell’assoluto rispetto dei diritti fondamentali sono rimaste dichiarazioni di principio, cui non hanno fatto seguito un effettivo miglioramento delle condizioni di vivibilità.»
A metterlo nero su bianco è il Garante nazionale dei diritti. Che nell’ultima relazione al Parlamento – elaborata sulla base delle visite tematiche condotte nei Cpr di Bari, Brindisi-Restinco, Palazzo San Gervasio e Torino, cioè le strutture già attive in forza del decreto legislativo n.13/2017 (“Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale”, ndr) – si esprime in maniera piuttosto netta sulle criticità emerse.
Il Garante rende note le «scadenti condizioni materiali e igieniche delle strutture, l’assenza di attività, la mancata apertura dei Centri alla società civile organizzata, la scarsa trasparenza a partire dalla mancanza di un sistema di registrazione degli eventi critici e delle loro modalità di gestione, la non considerazione delle differenti posizioni giuridiche delle persone trattenute e delle diverse esigenze e vulnerabilità individuali, le difficoltà nell’accesso all’informazione e, ancora, l’assenza di una procedura di reclamo per far valere violazioni dei diritti o rappresentare istanze.»
Nodi che, a dispetto delle dichiarazioni di principio, faticano ad essere sciolti.

UN NUMERO COME GLI ALTRI, O FORSE NO: LA STORIA DI JOSE
Lo chiameremo Jose, anche se non è il suo vero nome. La sua vera identità, in questo contesto, conta poco. Basti sapere che, per mesi, è stato uno dei reclusi di Palazzo San Gervasio. Un numero sui registri del Centro, come tutti gli altri. O forse no. È poco più che trentenne e viene dal Cile. Ma da diciotto anni vive in Italia. Ed è qui che ha provato a costruirsi un futuro, una casa, una famiglia. È un padre, Jose. Ha una compagna e un bambino di quasi dieci anni, italiano a tutti gli effetti. Quando viene fermato a Milano per un banale controllo sui documenti Jose non sa che, stavolta, non sarà più rilasciato. Non sa che il Questore autorizzerà il suo trasporto fino a Palazzo San Gervasio, a oltre 800 chilometri da casa. E, soprattutto, non sa che un giudice di pace prorogherà di rinvio in rinvio la sua permanenza in quel carcere per clandestini. Anche se Jose, per una serie di ragioni, non può essere rimpatriato.
«Si può procedere con i rimpatri se esistono specifici accordi con i Paesi d’origine degli stranieri», spiega il suo legale di fiducia, l’avvocato Covella. «E, di solito, per contenere le spese, i voli diretti presso le destinazioni previste dai decreti di espulsione vengono quantomeno riempiti, organizzando il prelievo degli irregolari in tutte le strutture operative sul territorio nazionale. Jose era un caso unico nel suo genere. Non avrebbero mai autorizzato e pagato il trasporto in Cile per una sola persona. Senza contare», aggiunge, «che il mio assistito ha il diritto di ottenere il permesso di soggiorno una volta riconosciutogli il ricongiungimento familiare. Perché ha una famiglia e un figlio nato sul territorio nazionale, dunque italiano a tutti gli effetti. Sa qual è stato il paradosso? Che la sua permanenza nel Cpr è stata prorogata fino a quando non siamo riusciti a farlo uscire per un mero cavillo burocratico. Per un errore, uno dei tanti, del sistema. Ora che è fuori è tornato a Milano, dai suoi cari. Ma rischia ancora di essere fermato e trattenuto se non provvede immediatamente a regolarizzare la propria posizione giuridica.»
Jose, l’inespellibile recluso per mesi in attesa della scadenza dei termini del suo trattenimento, ora è tornato a casa. Ma nessuno potrà restituirgli i giorni di libertà perduti dietro le reti metalliche del Cpr.

MOHAMED, IL CLANDESTINO SENZA APPELLO
Anche Mohamed è un reo di clandestinità. Giunto nel Belpaese sull’onda delle primavere arabe, viene trattenuto a Palazzo San Gervasio perché la sua domanda di protezione internazionale era stata respinta dalla commissione territoriale competente.
«Quando l’ho incontrato non sapeva nemmeno di aver diritto a presentare ricorso», ricorda l’avvocato Covella, che ha curato anche il suo caso.
«Abbiamo presentato nuovamente la domanda di protezione ma, nell’ultimo periodo, le commissioni territoriali non sono più propense a rilasciare un gran numero di concessioni. Diciamo che il vento politico soffia ovunque, inesorabilmente. E anche se Mohamed non aveva commesso alcun reato che ne giustificasse la detenzione, ha aspettato diverse settimane prima di essere rimpatriato in Nord Africa. È stato considerato colpevole del suo status di clandestino ed è stato rispedito a casa. Le nostre istanze non sono state prese in considerazione. Per lui non c’è stato appello», conclude.

«CON UNA CROCE SU UN PRESTAMPATO SI DECIDE DELLA LIBERTÀ DI UN UOMO»
Ma come funziona l’iter che porta al trattenimento di uno straniero? E, soprattutto, quanto può durare la reclusione? Di norma, il destinatario del provvedimento di espulsione è lo straniero irregolare che costituisce un pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza (nel caso, ad esempio, di condanne per reati gravi, ndr) o per il quale sussiste pericolo di fuga (viene considerato pericolo di fuga anche la dichiarazione falsa sulle proprie generalità per evitare l’adozione o l’esecuzione del provvedimento di espulsione, ndr).
La direttiva europea del 2013 (2013/33/UE4) in materia stabilisce che il trattenimento deve essere applicato come extrema ratio. Ma, nella realtà dei fatti, è il Questore che decide arbitrariamente se sussistono i requisiti indicati dalla normativa. Mentre il giudice di pace si limita a confermare il provvedimento. «La misura dovrebbe essere supportata da motivazioni molto forti», precisa l’avvocato Covella. «Ma molto spesso, invece, si va avanti con moduli prestampati da riempire con delle crocette. Non so se mi spiego. Con una croce su un prestampato si decide della libertà di un uomo.»
Dunque, di prestampato in prestampato, l’iter si conclude nel momento in cui il console del Paese d’origine riconosce lo straniero e rilascia un congruo documento di viaggio. Un meccanismo perfetto. Se non fosse per il fatto che, molto spesso, gli accordi coi Paesi d’origine non ci sono. E i tempi per l’espulsione si allungano inesorabilmente. Con la conseguenza che degli esseri umani, rei d’irregolarità, vengono ingiustificatamente privati della libertà anche per mesi.
Oggi i principali Paesi di destinazione sono la Tunisia, l’Albania, il Marocco, l’Egitto, il Pakistan e la Nigeria. Per tutti gli altri, una volta decorsi i primi 180 giorni dal trattenimento, si procede con i rinvii. Il decreto legislativo n.89 del 23 giugno 2011 porta la durata complessiva della misura a 18 mesi, raggiungendo il tempo massimo consentito dalla direttiva europea n.115/2008. Ma, una volta scaduti i termini, quelli che non sono stati rimpatriati vengono rilasciati. E tornano ad essere liberi. Almeno fino al nuovo trattenimento.

Immagini dal Cpr di Palazzo San Gervasio
Foto: Immagine esclusiva della gabbia nella quale vivono costipati questi “uccelli senza ali” // Emma Barbaro

BLATTE NELLE STANZE E LUCI SEMPRE ACCESE DI NOTTE: IL CPR LUCANO NELLA RELAZIONE DEL GARANTE NAZIONALE
«Nonostante la sua recente apertura la struttura di Palazzo San Gervasio non prevede all’interno dei blocchi alcun locale comune. Oltre alle stanze e ai bagni, infatti, è presente solo il corridoio. I migranti sono costretti a mangiare in piedi all’esterno o seduti sui loro letti. È impossibile, ovviamente, svolgere qualsiasi attività in comune. Il cortile che potrebbe essere utilizzato per la cosiddetta “ricreatività” del Centro è privo di ogni tipo di protezione da pioggia, neve o sole.»
È il 21 febbraio 2018 e i membri del Garante nazionale per i diritti visitano il nuovo Cpr dell’era Engel. Al momento del loro ingresso nella struttura, a fronte di una capienza effettiva di 72 posti – che diventeranno 150 a lavori ultimati – erano presenti 33 “ospiti”.
«L’apertura del Cpr in questione», stigmatizza il Garante nella sua relazione al Parlamento, «avvenuta prima che i lavori di ristrutturazione fossero effettivamente terminati, ha comportato tra l’altro un grave disagio per il personale che vi opera, costretto a lavorare all’interno di container situati esternamente all’area detentiva. Inoltre, non era presente al momento della visita un ambiente dove riscaldare il cibo che arriva da fuori, né una lavanderia e neanche un magazzino.»
Ma c’è di più. Perché se è vero che riaprire il Cpr di Palazzo San Gervasio era una priorità dettata dalla fitta agenda ministeriale in materia di espulsioni, è vero pure che il clima di emergenzialità che ne ha scandito i tempi ha pesantemente influito sulle condizioni di vita degli esseri umani che vi sono trattenuti. E questo il Garante nazionale lo denuncia a chiare lettere.
«Il Cpr di Palazzo San Gervasio è stato aperto con solamente tre docce comuni, peraltro esterne ai moduli abitativi, a cui si accede accompagnati dalle Forze di Polizia. Il funzionario della Prefettura ha riferito al Garante che a partire da marzo 2018 sarebbe stata prevista la trasformazione in doccia di uno dei quattro bagni presenti in ogni modulo, in modo da aumentare progressivamente il numero e superare il problema. […] Al momento della visita le porte risultavano prive di maniglie e non era consentito avere all’interno dei moduli né un cestino, né un sacco per l’immondizia. Pertanto i piatti del vitto, una volta consumato il pasto, venivano appoggiati per terra. Nei giorni della visita», continua il Garante, «nonostante il freddo e la neve, già erano comparse delle blatte. Tale situazione è inaccettabile. Un’ulteriore criticità riscontrata riguarda il funzionamento dell’impianto di illuminazione artificiale. […] È stato riferito al Garante che nelle stanze di pernottamento le luci restano sempre accese durante la notte.»
Carenze igienico-sanitarie, blatte, luci accese anche durante la notte. È questo il contesto in cui i migranti scontano la propria pena immaginaria. È qui che, in assenza di una stanzetta adeguata allo scopo, degli esseri umani già privati della libertà invocano Dio negli spazi ciechi ricavati negli angoli dei corridoi. Un regime carcerario sui generis nel quale il tangibile disinteresse a investire nella persona, anche solo in termini di organizzazione di attività a scopo ricreativo, assume i caratteri di una misura afflittiva e di mero confino rispetto a una realtà, quella esterna, che prima ancora del rimpatrio fisico esclude il trattenuto dalla propria collettività. Privandolo della sua dignità d’essere un uomo, prima ancora che un numero da dare in pasto alla propaganda.

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