Dallo sgombero de La Felandina la comunità della costa ionica lucana ha preso coscienza delle criticità che attanagliano i braccianti stranieri che, ogni anno, saltellano da un campo all’altro per garantire che i prodotti del Made in Italy giungano sul mercato. Bernalda, in fondo, non sarà più la stessa. La società civile, fatta anche di lavoratori della terra, si è mostrata solidale. Gli aiuti per i braccianti e richiedenti asilo si sono moltiplicati. Ma tutti, inevitabilmente, non smettono di interrogarsi sul “dopo”.

Quale sarà il futuro di questi ragazzi, si chiedono, cessata l’emergenza? Non è semplice rispondere a questo interrogativo. Molti di loro sono abituati a scandire il tempo in funzione di un permesso di soggiorno in scadenza o già scaduto. Altri avrebbero necessità d’ottenere una residenza per rendere il proprio percorso di vita più stabile e meno incerto. Talvolta “i documenti” rappresentano la linea di confine tra l’esistenza e l’invisibilità. Il passepartout che consente, talvolta, di affrancarsi dal giogo dei caporali. Noi siamo abituati a darlo per scontato. Ma pensateci: che cos’è un uomo che non può mostrare i propri documenti? Qual è la sua identità? Chi può credere alle verità che racconta se non sono scritte da nessuna altra parte? Sono le stesse domande che mi fece un profugo libanese alla stazione nord di Bruxelles. Domande su cui, da allora, non smetto di arrovellarmi. Ma forse questa è materia da ministri e non è una questione di umanità.

IL DOPO FELANDINA
L’umanità, dopo lo sgombero, si è spostata alla stazione di Metaponto, vive stipata nei garage della Caritas, nelle case che i cittadini hanno messo a disposizione o sotto il ponte della stazione. Dove, anni fa, tutto è cominciato. Qualcuno ha già occupato dei casolari sparpagliati nelle campagne. Altri si sono dirottati in massa verso Palazzo San Gervasio. Affollando, in parte, i piccoli ghetti dislocati tra le campagne del Vulture Alto Bradano. Qualcuno è stato accolto dai Cas sperduti sulle colline lucane. Per tutti gli altri, il futuro è fatto di incertezza.
Intanto lo smantellamento de La Felandina ha sortito l’effetto che si auspicava: quello di allontanare i lavoratori stagionali subito dopo le grandi raccolte agricole nel metapontino. Da ultima, proprio quella del pomodoro.
Quando da raccogliere è rimasto ben poco, quelle braccia sono divenute ingombranti. E “sgomberarle” si è reso prioritario.

LA CICLICITÀ DELL’EMERGENZA
Solo un centinaio di braccianti sono rimasti lungo la costa ionica. Quelli che servono. Il loro numero è strettamente legato al fabbisogno di manodopera. La maggior parte, invece, è stata reclutata lì dove poteva essere maggiormente utile: nel Vulture Alto Bradano, area in cui la raccolta del pomodoro inizia più tardi e si conclude agli inizi di ottobre.
Qui il comprensorio dedicato alla coltivazione dell’oro rosso si estende tra le due province di Matera e Potenza e abbraccia una decina di comuni siti a ridosso del confine con la Puglia. In particolare, il territorio si presta alla coltivazione del pomodoro pelato che ha caratteristiche completamente diverse rispetto al pomodoro tondo immesso nelle catene della grande distribuzione. Durante la raccolta del pelato – in verità un’eccellenza poco valorizzata – le coltivazioni non devono subire colpi o urti. Dunque i pomodori vanno raccolti a mano.
Ogni anno, da oltre trent’anni, centinaia di braccianti affollano le campagne in assenza di alloggi, servizi e trasporti sui luoghi di lavoro. Il copione è sempre lo stesso. Un ciclo che si ripete sempre identico a se stesso.
A maggio c’è l’incontro in Prefettura per stabilire una tabella di marcia comune che, puntualmente, viene disattesa. A metà agosto, di solito, esplode l’emergenza. Per cui tutte le procedure ordinarie vengono sospese in favore di una serie di interventi che si concludono, nella maggior parte dei casi, nei propositi di sgombero degli insediamenti informali. Alla fine della raccolta – mai prima – i piccoli assembramenti vengono smantellati. I lavoratori sono costretti a spostarsi inseguendo la domanda di lavoro sempre in assenza dei servizi primari. I ghetti che non sono stati sgomberati si sovraffollano e ricomincia l’emergenza. Lo sfruttamento, in questi anni, non è mai cambiato. È solo divenuto più consapevole.

I GHETTI DEL VULTURE ALTO BRADANO
I ghetti dislocati nel Vulture Alto Bradano, così, ingrossano le proprie fila. Quest’anno, ad esempio, l’assembramento di migranti a Mulini-Mattinelle – Venosa – è coinciso con l’inizio della raccolta del pomodoro in quest’area e il contestuale sgombero de La Felandina. Così come si solo ampliati gli insediamenti di Sterpara, Gaudiano e Boreano.
Si tratta di aree ben note per la presenza di insediamenti informali. Il ghetto più grande, quello di Mulini-Mattinelle, è nato nel 2009 dopo la chiusura del centro di accoglienza di contrada Piani. In media ospita tra le 500 e le 600 persone che si raccolgono attorno alla cosiddetta “casa gialla”. Una sorta di centro multi-servizi in cui ci si occupa della logistica dei lavoratori e dei loro fabbisogni.

LA SOLUZIONE DELL’EX TABACCHIFICIO
In teoria per le istituzioni – che discutono di soluzioni plausibili ormai da anni – l’unica strada percorribile è quella che conduce all’apertura di una sorta di centro di accoglienza presso l’ex tabacchificio di Palazzo San Gervasio. E, dunque, in un capannone di circa tremila metri quadri si prevede di ospitare circa 400 migranti a cui dovrebbe essere garantito anche il servizio di trasporto nei campi.
A onor del vero, non è la prima volta che in questo territorio vengono aperti centri di accoglienza per tentare i tamponare le emergenze. Nel 2010, a Palazzo San Gervasio, iniziarono a realizzare le prima casette in plastica e cartone per l’accoglienza dei braccianti. Nel 2014, sono stati aperti due centri tra Palazzo e Venosa. Quest’ultimo, è stato chiuso dopo appena due anni. Quello di Palazzo San Gervasio, invece, è rimasto aperto su precise pressioni politiche. Ad oggi viene gestito direttamente dalla Regione Basilicata di concerto con la Prefettura di Potenza.

L’ACCOGLIENZA MASCHERATA
Tuttavia, a ben vedere, questi centri non paiono destinati ad avere successo. Anche perché non sono altro che nuovi insediamenti informali che nulla in più garantiscono ai braccianti rispetto a dei veri e propri ghetti. L’allestimento di queste strutture, non di rado, consiste in brandine da campeggio dislocate alla meglio. Spesso mancano coperte e persino i fornelli elettrici che dovrebbero consentire ai migranti di prepararsi da mangiare. Non da ultimo, l’anno scorso il servizio navetta – che negli intenti doveva servire per trasportare i lavoratori nelle campagne – consisteva in un pulmino da nove posti del tutto insufficiente a coprire le necessità lavorative dei ragazzi.
Sono centri di costrizione, più che centri di accoglienza. Luoghi in cui sovente le politiche di contrasto al caporalato si traducono in politiche di restrizione di esseri umani che hanno a disposizione, per altro, un regolare permesso di soggiorno.
Non può stupire che i braccianti spesso scelgano di restare nei ghetti. Anche perché qui è più semplice trovare un ingaggio lavorativo per mano dei caporali. Ma le istituzioni, che hanno tutta la necessità di dimostrare che in realtà questi centri funzionano davvero, raccolgono adesioni fittizie nelle campagne e nei ghetti.
Funziona così: apposite squadre istituzionali – vere e proprie task force regionali – chiedono ai braccianti di trasferirsi nei centri di accoglienza. La maggior parte manifesta la propria adesione ma poi, materialmente, resta nel ghetto. A quel punto, gli interlocutori iniziali minacciano lo smantellamento del ghetto e fanno leva sulla regolarizzazione dei documenti. Così, i migranti irregolari – o col permesso in scadenza – si trasferiscono nella speranza di poter regolarizzare la propria posizione. Purtroppo, non accade quasi mai. Per cui, chi si è trasferito, ha davanti due possibilità: quella di restare inerme a bighellonare nei centri urbani o quella di ritornare nei ghetti per lavorare nelle campagne di raccolta.

I NODI MAI SCIOLTI
I dati, benché puntualmente richiesti, non sono mai stati resi pubblici. Quelli pubblicati dalla task force regionale non paiono veritieri, specie per quanto riguarda le regolarizzazioni.
Ma le campagne di raccolta devono andare avanti. A pochi importa conoscere quali siano le reali condizioni di vita di questi lavoratori all’interno dei centri di accoglienza. Tutto viene programmato e scandito dal timore che, in qualche modo, la raccolta possa incepparsi. Di anno in anno, le istituzioni competenti si rimpallano le responsabilità mentre i caporali e lo sfruttamento procedono indisturbati. Quando l’unica voce che meriterebbe d’essere ascoltata è quella dei lavoratori. Che, in primo luogo, per il rinnovo dei documenti devono necessariamente essere iscritti all’anagrafe di un Comune.
Nel Vulture Alto Bradano la vertenza sulle residenze è ferma a qualche anno fa. Quando i comuni di Palazzo San Gervasio e Venosa stavano istituendo la cosiddetta “via fittizia” che avrebbe consentito, ai senza fissa dimora, di ottenere una serie di documenti fondamentali. Oggi questi provvedimenti restano inapplicati. A Palazzo San Gervasio i senza fissa dimora non vengono più iscritti nelle liste anagrafiche da tempo. A Venosa, probabilmente, non è mai stato iscritto nessuno. Senza provvedimenti urgenti, il rischio è che un numero sempre maggiore di braccianti diventi irregolare. Andando, di fatto, a ingrossare le fila di chi lavora senza un contratto – e senza tutele – e a basso costo. Di chi vive, inevitabilmente, sotto il giogo del caporalato.

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