Centrale di Bisaccia, provincia di Avellino
Foto: Centrale di Bisaccia, provincia di Avellino // Pellegrino Tarantino

Cchiù pale pe’ tutti

in Orientamenti/Territori di

Dopo il nostro speciale Fuori dalle pale affrontiamo nuovamente il complesso tema delle energie rinnovabili in Italia. Specie alla luce delle criticità indotte da un sistema costruito su pressione delle lobby di settore e, purtroppo, di una parte consistente dell’ambientalismo. Il filo conduttore è sempre quello dell’eolico. Una tecnologia che nel nostro Paese si sta mostrando particolarmente emblematica delle distorsioni del comparto energetico. A cui la politica non ha dato alcun peso se non piena complicità, giocando sul ricatto strumentale e mal interpretato degli obiettivi di decarbonizzazione. Sullo sfondo, accanto agli interessi di parte, registriamo un totale disinteresse alla luce della cosiddetta nuova Strategia energetica nazionale (Sen). Dimostrando, in tal senso, la grande speculazione energetica in atto da vent’anni con il grimaldello delle energie “pulite”.

Il 10 maggio scorso la Strategia energetica nazionale è stata presentata alle Commissioni riunite Ambiente e Attività produttive della Camera dei deputati. L’ultimo passaggio prima della presentazione definitiva per una auspicabile – ma non certa – consultazione pubblica. In linea di principio, il documento presenta anche apprezzabili obiettivi. Come la diffusione di forme alternative di mobilità o l’aggiornamento di politiche infrastrutturali di trasporto e logistica. La questione ambientale viene però esaurita nel mero parametro percentuale di riduzione di gas climalteranti, senza tener conto di alcuna analisi che evidenzi quali possano essere le tecnologie più compatibili per il territorio e per le tasche degli italiani.

L’AGGIORNAMENTO DELLA SEN
Intanto ci si dovrebbe chiedere perché si parla di Strategia energetica e non di Piano energetico, così come contemplato dalla legge n.10 del 1991, il cui titolo riportava testualmente “Norme per l’attuazione del Piano energetico nazionale in materia di uso nazionale dell’energia, di risparmio energetico e di sviluppo delle fonti rinnovabili di energia.”
Termini e procedimenti sono tutt’altro che casuali. In caso di Piano, infatti, si fa riferimento a ineludibili procedimenti di valutazione volti a verificarne gli effetti sulle componenti ambientali. Attraverso la Valutazione ambientale strategica (Vas), e sulla biodiversità e la rete Natura 2000 (Sic, Zps), per mezzo di una Valutazione di incidenza. Il termine Strategia energetica, invece – contemplando insediamenti industriali con ricadute territoriali e ambientali – aggira la normativa in vigore affrancandola da qualsivoglia ponderazione sugli effetti che ne possono derivare. Nel merito si può purtroppo stigmatizzare come il documento si traduca in una ostinazione sconsiderata delle politiche miopi fin qui perseguite. Formalmente l’aggiornamento del percorso della Strategia energetica nazionale ha visto consultazioni circoscritte e opinabili nelle sedi istituzionali. Basti pensare che delle circa 40 associazioni cui è stato richiesto un parere, la stragrande maggioranza sono società di settore. Rappresentative, pertanto, di interessi privati.
L’impostazione di partenza è quindi gravata da un’analisi che mira esclusivamente all’ambito energetico senza alcuna valutazione multidisciplinare che abbracci aspetti ambientali, territoriali, sociali ed economici.
All’auspicabile conseguimento di una maggiore efficienza – ma si tratta sempre di un principio – si affianca la previsione di dare impulso alle fonti rinnovabili con la sommaria previsione di un obiettivo target al 2030. Il traguardo del 17 per cento di rinnovabile entro il 2020 sul totale del fabbisogno energetico nazionale, viene elevato al 27 per cento entro il 2030. Questo dato è oltretutto suddiviso nei vari comparti. Tra cui quello elettrico, che dovrebbe contribuire con una percentuale abnorme del 48-50 per cento. Sempre che gli altri settori raggiungano i rispettivi target. È questo il punto nodale. Quello che genera le maggiori ripercussioni sul piano territoriale. E, sul lungo termine, anche le performance di lotta ai gas serra paradossalmente meno premianti.
L’incremento dall’odierno 33-34 per cento al 48-50 per cento potrà apparire poca cosa in termini numerici. È circa il 15 per cento in più di elettricità derivante da fonte rinnovabile. Di per sé, tuttavia, è già assurdo privilegiare ancora sussidi a fonti rinnovabili elettriche intermittenti e non programmabili, con ciò che ne consegue per la loro gestione – nuovi elettrodotti e impianti tradizionali sovvenzionati per mantenere riserve “calde”, pronte a inseguire vuoti energetici – trascurando il comparto termico – riscaldamento e/o raffreddamento – o i trasporti. Ma se proprio tale dovesse essere, è necessario proiettare questo 15 per cento in termini di potenziale effetto per i territori in rapporto alla tecnologia adottata per conseguirlo. Lo sforzo finanziario titanico – e la relativa speculazione – pro-rinnovabili degli ultimi venti anni – in primis eolico, ma anche rispetto a fotovoltaico e biomasse – è alla base dell’incremento del 20 per cento di rinnovabile elettrico. Partendo da un territorio “vergine” e seguendo, nel corso del tempo, un mero criterio profittevole. Oggi gran parte del territorio “ventoso” – parametro opinabile se rapportato al nord Europa – è stato abbondantemente saturato. Così come lo sfruttamento delle biomasse appare già tutt’altro che sostenibile.

COME E DOVE CONSEGUIRE QUESTO ULTERIORE 15 PER CENTO?
L’Anev, associazione che rappresenta le aziende di quell’eolico che oggi produce circa il 4,7 per cento di elettricità (contribuisce per l’1,4 per cento al fabbisogno totale), non fa mistero di pretendere che gran parte di quel 15 per cento sarà perseguito con nuovi lauti foraggiamenti ad altre “sue piantagioni” eoliche disseminate ovunque. Quasi raddoppiando gli oltre 9200 megawatt odierni di targa fino a 17 mila megawatt. Uno scenario aberrante se la politica continuerà ad essere genuflessa e complice di questo nuovo disastro. Una puntuale valutazione di Alberto Cuppini, lucido riferimento dell’attivismo associativo più attento al tema in questione, evidenzia come metà di quell’incremento sarebbe perseguibile con costi più contenuti investendo nella pulizia e manutenzione degli invasi idroelettrici esistenti.
A ciò si potrebbe affiancare una mera riflessione, frutto della logica. L’unica tecnologia rinnovabile di produzione elettrica capace di affrancare il proprio potenziale produttivo rispetto alla collocazione urbanistica – in ambito rurale o urbano – è il fotovoltaico. È quindi su questo settore che andrebbero concentrati gli sforzi. Non fosse altro che per dare un senso agli immensi spazi degradati dalle urbanizzazioni post anni Sessanta. Sullo sfondo, ci sono poi le Regioni. Che in materia energetica, piangono lacrime di coccodrillo. La Puglia ha varato, anni or sono, tra le più adeguate linee guida in materia di insediamenti rinnovabili. Peccato fossero compromesse in partenza da innumerevoli progetti già approvati e da enormi aree prive di vincoli ambientali. Ha fatto seguito un piano paesaggistico più attento. Ma non quanto necessario giacché alle Province, ormai declassificate a enti di secondo livello, sono pervenute valutazioni ambientali inefficaci. Successivamente, ha provveduto ad aggiornare il piano energetico contemplando uno stop all’eolico. A parole. Secondo le linee guida nazionali in materia, le pianificazioni regionali non possono di per sé impedire il conseguimento di autorizzazioni positive.
A questo punto ci si sarebbe aspettati che, con simili premesse, la Puglia attivasse nelle sedi opportune il proprio potere per tutelare il suo patrimonio. Come poteva e doveva essere in Conferenza Stato-Regioni, nel 2015, in merito al provvedimento di finanziamento di nuovi incentivi triennali alle rinnovabili. Ma non c’è stata alcuna opposizione. Né lo hanno fatto altre Regioni -come Sicilia, Molise, e altre – che pure si sono espresse criticamente rispetto alla dissennata aggressione eolica. Via libera, quindi, al famigerato decreto che nel 2016 ha permesso una nuova corsa a ulteriori impianti.
Ma c’è di più. La Basilicata ha recentemente emanato provvedimenti regolamentari in materia di minieolico con un ritardo imperdonabile, che sta generando caos e proteste. Guardandosi bene dal riscattare un piano paesaggistico tenuto nel cassetto, ancora in ostaggio delle lobbies. In Molise, dopo anni e anni, è alle battute finali il piano energetico regionale. Senza però che siano state adottate robuste misure di contenimento per gli impianti più impattanti. La Campania, continua ad essere caratterizzata da un buco nero sul governo del proprio territorio. E non sono da meno le altre realtà.

L’INGANNO DELLA SEN
È opportuno ricordare che a fine 2012 un cartello di associazioni aveva trasmesso un argomentato e impeccabile documento al governo Monti in occasione della prima versione della Sen. Documento attualissimo, ancor più oggi, sul quale vale la pena soffermarsi per comprendere le dinamiche che rischiano di lacerare quello che rimane del Bel Paese. Favorendo le solite tasche.
In sintesi si chiedeva di fermare il disastro territoriale, ambientale, paesaggistico e finanziario in atto con la corsa all’eolico. E, al contempo, di dirottare le risorse economiche verso più utili politiche di efficienza e risparmio energetico. Di investire nel rendere meno impattante il settore del trasporto, rivitalizzare ricerca e innovazione, espandere tecnologie amiche dell’ambiente come quelle nel settore del riscaldamento-raffreddamento. Si accettava una ulteriore e ponderata crescita delle rinnovabili elettriche con il solo fotovoltaico sulle superfici edificate o “infrastrutturate”. Laddove fosse necessario. Considerato che le rinnovabili elettriche avevano già fruito di ingentissime risorse, negate invece ad altri comparti più performanti ed energivori. Come quello dei trasporti, suscettibile di agire su fenomeni di carattere sociale oltre che energetici. Il documento non ha avuto alcun riscontro istituzionale.
L’inganno della Sen, puntava alla elevazione della soglia di rinnovabile elettrico con il fine strumentale di legittimare un nuovo assalto territoriale. E finanziario. Con oneri arrivati nel 2011 alla esorbitante cifra di 9 miliardi di euro all’anno da elevarsi di ulteriori 3,5 miliardi di euro annui per i successivi vent’anni. Quella stessa Sen affermava che – considerate le percentuali sui consumi totali – il termico ”rappresenta la quota più importante, pari a circa il 45 per cento del totale, seguito da quello dei trasporti, con poco più del 30 per cento e infine da quelli elettrici.”
Le associazioni ricordavano altresì che ”la crescita degli obiettivi di riduzione dei gas serra deve essere perseguita con convinzione ma rispettando la capacità produttiva delle stesse rinnovabili, la sostenibilità ambientale e in relazione alle possibilità offerte dal nostro territorio, che rappresenta un bene limitato, prezioso, irrinunciabile.”

IL COSTO DELLE RINNOVABILI
Quegli incentivi alle rinnovabili solo elettriche costeranno oltre 200 miliardi. Pari a 50 anni di intervento straordinario nel Mezzogiorno (fonte Nomisma). Un simile sforzo avrebbe ben meritato una ponderazione delle linee di intervento e degli obiettivi da perseguire secondo criteri di efficacia. Possiamo ben dire che, ad oggi, l’unico criterio ispiratore sia stato il soddisfacimento delle istanze di alcune lobbies. E occorre anche ben interpretare i miserevoli risultati raggiunti in termini di contributo rinnovabile – rapportato al fabbisogno energetico totale – oltre che all’effettivo risultato derivante dal sistema di sussidi. In base ai dati Gse (Gestore servizi elettrici) deputato, tra l’altro, a erogare gli incentivi nel settore elettrico, il 2016 ha rendicontato un 32,6 per cento di contributo rinnovabile. Un dato in flessione rispetto alle punte raggiunte gli anni precedenti, che ha fatto immediatamente gridare al Governo maligno che penalizza le rinnovabili. In realtà, ciò deriva da una maggiore richiesta energetica complessiva e, quindi, una penetrazione percentuale inferiore dell’apporto rinnovabile. Oltre che da fluttuazioni nell’idroelettrico. Ma ciò che dovrebbe far riflettere è che l’impegno finanziario profuso da circa vent’anni – che si protrarrà per circa un altro ventennio – è alla base di solo il 20 per cento dell’apporto elettrico rinnovabile. Specie se si tiene in considerazione che l’altra fonte rinnovabile tradizionale, il grande idroelettrico, è da sempre contemplata nel sistema elettrico nazionale. Agli incentivi diretti si sono via via aggiunte agevolazioni indirette o di carattere fiscale. Basti pensare al regalo governativo ottenuto a inizio 2016 in tema di imposte sui cosiddetti “imbullonati”. Un termine alquanto singolare per identificare macchinari tra cui rientrano proprio le attrezzature eoliche. Il sospetto è che non si sia avuto il coraggio nemmeno di chiamarli con il loro vero nome. Poi ci sono le cosiddette “aste”, per mettere in palio sussidi ventennali a vantaggio di altre centinaia di megawatt – “mini” idroelettrico, biomasse, ma soprattutto eolico – da installare nel Paese. Oggi si può prendere atto, effettuando le dovute comparazioni, dei risultati energetici delineati e di quelli territoriali. Con il morbillo di centrali fotovoltaiche su terreni agropastorali, con migliaia di impianti eolici disseminati senza criteri urbanistici né ambientali e un reticolo di infrastrutture di trasporto e trasformazione elettrica. Di notte, gli estesissimi comprensori rurali assoggettati su vasta scala da tali impianti sono umiliati da pacchiani effetti “discoteca”.
Per contro, la sconsolante e insopportabile contraddizione di questo scenario è costituita da “panorami” immensi delle nostre cementificazioni e urbanizzazioni, prive di significato storico. Prive di pannelli fotovoltaici, con interi settori energivori – come quello dei trasporti – caratterizzati da tagli e restrizioni a scapito dei cittadini e dei principi inerenti alla decarbonizzazione. L’obiettivo al 2020 prevedeva una penetrazione di tutte le rinnovabili sui consumi lordi complessivi del Paese pari al 17 per cento. Il solo settore elettrico rinnovabile avrebbe dovuto toccare il 26 per cento. Già nel 2015, però, si percepisce come si sia lasciata mano libera alle rinnovabili nel solo sistema elettrico (33,5 per cento) così da compensare il lassismo generale nei settori termico (19,2 per cento) e dei trasporti (6,4 per cento), conseguendo una media del 17,5 per cento di rinnovabile sul totale dei consumi energetici. Senza contare che, ovviamente, su questi risultati pesa la delocalizzazione all’estero di produzioni industriali energivore e relative emissioni.

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